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    Notizie

    Quattro Storie - il 15/08/2016 00:00 con Webmaster

    Quattro Storie della Resistenza

    Quattro Ragazzi, Tre Religioni, un solo Ideale

    Mi sono imbattuto per caso, durante le mie ricerche in internet con le storie di questi quattro ragazzi, che mi hanno colpito per i valori morali di libertà, giustizia,libertà, rispetto del prossimo, fede, patriottismo. che trasmettono.

    Al giorno d'oggi si parla di crisi economica, ma guardandosi intorno, ci si accorge che un’altra crisi, ben più radicata e difficile da estirpare, riguarda i valori fondamentali dell’uomo, che sembrano essersi dissolti nel nulla.  Infatti i nostri comportamenti e le nostre azioni dipendono soprattutto dai nostri Valori. Sono ormai cronaca di tutti i giorni, il dilagare di episodi e situazioni raccapriccianti, di maleducazione, non rispetto del prossimo, insomma la perdità di Valori. Sono oramai cronaca di tutti i giorni e noi, nostro malgrado, abbiamo imparato a conviverci. Sembrano essere scomparsi quei "freni comportamentali" che rendevano l’individuo capace di distinguere il "bene" dal "male", privilegiando etica, rispetto, educazione e buon senso.
     

    I quattro ragazzi sono: Emanuele Artom, Jenni Cardon, Leletta Origlia, Willy Jervis.

    Emanuele Artom

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    Nacque ad Aosta il 23 giugno 1915 in una colta famiglia della borghesia ebraica torinese, figlio di Amalia Segre e di Emilio Artom, matematici ed insegnanti. Studiò al Liceo classico Massimo D'Azeglio si iscrisse Università degli Studi di Torino alla facoltà di lettere nell'autunno del 1933, si laureò a pieni voti nel 1937 a Milano.

    Organizzo insieme al fratello Ennio, (detto Ninìn), un circolo culturale ebraico, a cui parteciparono molti giovani ebrei torinesi, che colpiti dalla persecuzione razziale iniziarono ad indagare sul senso della propria identità ed appartenenza.

    Dopo la morte del fratello Ennio, avvenuta nel luglio 1940 a Courmayeur per un incidente di montagna, Emanuele si rinchiuse su sé stesso, dedicandosi sempre più all'attività di studio.

    Si avvicinò all'antifascismo e all'attivismo politico alla fine degli anni trenta, aderendo ufficialmente nel 1943 al Partito d'Azione. All’indomani dell’8 settembre 1943 Emanuele Artom tornando a casa confessa alla madre, “oggi ho combinato due guai, ho rotto i pantaloni e mi sono unito ai partigiani”.

    Con il nome di coperture di Eugenio Ansaldi, prima in qualità di delegato azionista nella Formazione Garibaldina comandata da Barbato (nome di battaglia di Pompeo Colaianni), divenne poi Commissario Politico delle Formazioni di “Giustizia e Libertà” della Val Pellice e della Val Germanasca, e in particolare svolge la sua attività in Val Pellice, presso le basi della Sea, degli Ivert e del Bagnau. Passando poi di banda in banda e partecipando ad azioni pericolose ed a lunghe marce. Nonostante la sua costituzione fisica esile e poco adatta ai disagi della vita partigiana, Emanuele era infaticabile nel visitare le varie bande per portare la sua parola volta a incoraggiare i partigiani, spesso restii ai discorsi, e per spiegare loro le ragioni e gli scopi di una lotta non solo di liberazione ma altresì di rinnovamento democratico, Artom sognava un mondo senza guerre, detestava ogni forma di violenza e sopraffazione, riteneva che l’esperienza della lotta antifascista avrebbe portato a rendere possibile tutto questo. Un aneddoto racconta che Emanuele trovandosi alla stazione ferroviaria di Barge e vedendo un manifesto per l'arruolamento nella milizia Fascista, ove tra i requisiti richiesti vi era inserita la una moralità ineccepibile, Emanuele scrisse accanto a questo requisito “in questo caso, non ci si arruola nella Milizia”.

    Il 21 marzo 1944 i tedeschi cominciarono un grande rastrellamento contro i partigiani delle Valli Valdesi, Pellice e Germanasca, Emanuele si trovava alla Gianna in Val Germanasca, ove aveva sede il Comando delle Bande partigiane di “Giustizia e Libertà".  Quelli de “La Gianna”, erano in pochi e male armati, non essendo in condizioni di sostenere uno scontro frontale, data la disparità delle forze,  decisero di salire sui monti senza opporre resistenza, disperdendosi in piccoli gruppi. Emanuele si incammino anche lui verso l’alta valle, ma sia i sentieri che i prati sono ancora ricoperti di neve, l’ascesa è faticosissima, non hanno armi, ed conducono con loro un prigioniero, un certo M.D. della Milizia, che era stato graziato, visto che quel gruppetto non era di quelli che i prigionieri li fucilavano.

    Erano ormai giunti al valico del colle Giulian a più di 2500 metri, tentando di riparare in Val Pellice, quando si trovano improvvisamente di fronte un gruppo di cinque o sei SS italiane armate, mandano avanti il prigioniero, che per tutta riconoscenza li tradi.

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    La piccola squadra si rese ben presto conto di essere sotto la minaccia delle armi delle SS italiane, e per loro non restava scampo che nella fuga. Emanuele era spossato, non dormiva da tre giorni, e non riuscendo a proseguire, ad ai compagni che lo incitavano a seguirli disse “Compagni , non posso !”. Si fermo, forse illuso dalla speranza della promessa che era stata fatta dalle SS “Vi tratteremo come prigionieri di guerra ”. Con lui rimase il diciassettenne Ruggero Levi, già suo allievo e a lui devotissimo che non volle abbandonare il compagno e maestro, vengono arrestati entrambi.

    L’ex prigioniero di Emanuele, al quale Emanuele aveva risparmiato la vita, da infame qual’era, lo denunciò rivelando il suo vero nome che era Ebreo e Commissario Politico.

    Portati e rinchiusi nel Municipio di Bobbio Pellice, poi nella Caserma Airali di Luserna San Giovanni. Essendo stato riconosciuto come Commissario Politico e come Ebreo, inizio per Emanuele un accanimento dei carnefici, le testimonianze dei compagni di prigionia sono raccapriccianti, parlano di bagni nell’acqua gelata, unghie estirpate, percosse fino alla sfigurazione, in questo si distinsero il capitano Arturo Dal Dosso, il tenente Francesco Malanca e Domenico Peccolo Besso.

    Ormai allo stremo delle forze Emanuele pensa di suicidarsi, ma i tedeschi lo perquisiscono e trovandogli un pezzo di vetro, minacciano di uccidere i suoi compagni in caso lui tenti di togliersi la vita, Emanuele rinuncia ai suoi propositi per non pregiudicare le vite dei suoi amici. Il 31 marzo Emanuele, Jacopo Lombardini e altri prigionieri sono trasportati a Torino, nel 1° braccio del carcere ‘Le Nuove’, “detto “braccio tedesco” perché controllato e gestito dai nazisti tedeschi.

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    Il 7 aprile gli aguzzini trovano nella cella il corpo esanime di Artom, ucciso dalle torture e dalle percosse, quattro partigiani prigionieri, Sandri Gino di Milano, Lusanno Aldo di Chivasso, Remo Grill e Enzo Rostan di Prali, vengono costretti a seppellirlo in un bosco nei pressi di Stupinigi sulle rive del Sangone. Il luogo esatto della sepoltura non verrà mai identificato, ne il suo corpo ritrovato.

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    La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza di Emanuele

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    La via di Torino dedicata a Emanuele Artom

    JENNI CARDON ( in Peyronel )

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    Nata a Torre Pellice (Torino) l’11 marzo 1917 da Luigi Cardon e Margherita Piastre.

    Il suo nome completo era Jenni Pierina Cardon., è di religione Valdese. Sappiamo che si era sposata con Gigi Peyronel, il marito era militare in Montenegro e lei decise di diventare partigiana.

    Operativa come staffetta e portaordini dal 1 dicembre 1944, con la Formazione Val Pellice di “Giustizia e Libertà”, V Divisione Alpina Toia, si distingueva in particolare modo per le delicate operazioni di collegamento tra i vari reparti, col suo esempio e la sua fede nella giustizia e libertà.

    Era un compito difficilissimo e molto pericoloso quello della staffetta, consisteva nel portare ordini, vestiti, cibarie e munizioni da una località all’altro riuscendo a superare i posti di blocco nazifascisti, per questo tutti la ammiravano..

    Era stata arrestata nel marzo/aprile 1945, ma appena rilasciata era tornata subito al suo incarico di portaordini ed il 23 aprile 1945, stava recandosi a una postazione partigiana per portarvi un ordine. Le truppe tedesche ed i nazifascisti dislocati in Val Pellice ricevettero l'ordine di abbandonare le posizioni. Durante la ritirata verso la pianura, ostacolata e rallentata dai partigiani, in località Rio Cros,  venne sorpresa e catturata, fece scudo col proprio corpo per impedire ai nazifascisti di sottrarsi all’ intenso combattimento con le formazioni partigiane, venne decorata con la medaglia di bronzo al valor militare. Jenni fu l’ultimo partigiano a perdere la vita in Val Pellice.

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    Cippo che ricorda il sacrificio di Jenni ( a sinistra ingrandito )

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    Ingrandimento della Targa

    Di Jenni lei purtroppo dalle varie ricerche effettuate in rete, non si ritrova molto, anche sulla data della sua morte vi sono incertezze e controversie in alcuni siti si cita il 23 aprile 1945, in altri e sulla lapide che la ricorda il 26 aprile 1945. Proprio questi  tre giorni di differenza hanno stimolato la mia curiosità ed ho voluto ricordare il sacrificio di Jenny perché ormai troppo spesso questi ricordi vengono cancellata dal tempo.

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    Torre Pellice gli ha dedicato una strada

    La donna che decideva di fare la staffetta era animata da un forte sentimento di giustizia, da una grande forza d’animo, e da un grande coraggio, non fu facile per le donne, entrare a far parte della Resistenza, vi erano numerose responsabilità, tanti i doveri, ma tanti anche gli obbiettivi, che le spingevano ad anteporre alle proprie esigenze personali quelle della causa per la quale combattevano, ciò mise in luce il loro prestigio nella società.

    La figura della staffetta fu molto rispettata, soprattutto all’interno delle formazioni, poiché si riconosceva l’importanza del lavoro che essa svolgeva.

    Le staffette, di norma, non erano armate, per evitare di essere identificate e arrestate nel corso di un’eventuale perquisizione, erano vestite in modo comune ed il loro primo obbiettivo era quello di passare inosservate dinnanzi ai posti di blocco tedeschi. La staffetta aveva il compito di tenere i contatti fra le diverse formazioni di partigiani e le loro famiglie, sovente portava anche munizioni ed armi che si riuscivano ad ottenere in svariati modi. All’interno della formazione, aveva ancora altri compiti soprattutto era l’infermiera, teneva infatti i contatti con il medico e con il farmacista del paese, tentava di procurarsi il necessario per curare i pidocchi e la scabbia (che molto spesso erano un vero flagello per i partigiani) o le ferite procurate in battaglia.

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    La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza di Jenni

    Leletta Origlia d’Isola

    Nata a Torino il 1 aprile 1926,in un signorile palazzo di via Giannone 7, il padre era il barone Vittorio Oreglia d’Isola, la madre la contessa Caterina Malingri di Bagnolo, entrambi i genitori erano provenienti da famiglie di antica nobiltà piemontese.

    Profondamente cattolici i genitori battezzano la figlia con i nomi di Aurelia, Alessandra e Anna Maria, ma Aurelia Oreglia d’Isola che fu poi per tutti Leletta.

    Circa due anni più tardi nacque il fratello Aimaro, amatissimo ed inseparabile, trascorrendo con lui un’infanzia felice. A tre anni Leletta rischiò di morire di polmonite ma fortunatamente guarì, ma i segni della malattia scavarono un solco profondo nel suo gracile corpo.  Nell’ottobre 1939 nacque un fratellino, Saverio, che purtroppo morì quasi subito. Con lo scoppio della guerra nel giugno del 1940 la famiglia Isola rimasero a Torino, sino ad una notte che i bombardamenti su Torino causarono numerosi morti, incendi e devastazioni. Questo fece si che avvenne un imponente esodo di gente dalla città. Anche la famiglia d’Isola, visto come stavano le cose decisero di partire per Bagnolo ove avevano una antica e grande casa patrizia, detta il Palàs del XIV sec. con un parco e alberi secolari. Questa era situata ai piedi dell’altura del Castello dei baroni Malingri risalente al XII secolo, divenne un rifugio non soltanto per loro, perché ben presto la madre diede ospitalità anche ad altre persone, infatti dopo l’8 settembre 1943 cominciò la resistenza, nelle vallate piemontesi.

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    Il Palàs

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    Il Castello

    Leletta cattolica fervente, sorretta da una vocazione quasi mistica, il 9 giugno 1944, nella cappella delle Suore del Cenacolo a Torino, diventa Figlia di Maria. La sua è una vocazione abbracciata con impetuosa, giovanile freschezza, quella stessa che imprigiona nelle pagine del suo diario lo sguardo di una fanciulla affacciata sugli orrori della guerra con la spensieratezza dei suoi anni ma anche con la consapevolezza che le viene da una fede religiosa precocemente solida e strutturata.

    La baronessa Caterina Malingri, la “Barona” come la chiamavano in paese, nascose nella casa ereditaria e in piccole cascine sulla montagna di sua proprietà partigiani, sbandati, ebrei, curò feriti e malati, aiutò la popolazione locale provata da uccisioni, incendi, ruberie. Villar di Bagnolo veniva governato con discrezione e saggezza dalla baronessa, in tacito accordo con il comandate partigiano della Formazioni Garibaldi della Valle Barbato ( nome di battaglia Pompeo Colajanni) che si era insediato al castello. Tra la futura suora e il partigiano comunista si intreccia un rapporto di stima profonda. Quella vicenda offre oggi un irripetibile spaccato della dimensione umana, culturale e religiosa della Resistenza.

    Leletta guardava ammirata sua madre che si occupava della popolazione o parlamentava con ufficiali tedeschi, o medicava i feriti facendosi aiutare da lei e dalla sorella Barbara che era infermiera. La saldezza morale di questa nobildonna è ancor oggi ricordata e ammirata dai vecchi Villaresi. Questo esempio lasciò un segno profondo nella figlia, destando in lei un’analoga forza interiore e l’attitudine nel farsi carico degli altri, durante gli anni di guerra la maturarono, va con la madre a portare conforto. Sono giorni in cui ogni gesto è avventura e pericolo, non solo aiutare i giovani amici ospiti in casa d’Isola e nascondere i partigiani durante le incursioni dei fascisti, ma anche recarsi a scuola, prendere il treno, andare in bicicletta, o semplicemente curare i feriti, seppellire i morti e piangere con i sopravvissuti. Nel marzo 1945 Leletta venne catturata, caricata su un camion e poi interrogata, ma se la cava, e la rilasciarono. Nei i venti mesi della lotta partigiana, Leletta tiene un diario che oggi ci appare come uno dei documenti più straordinari scritti in quel periodo, tra l’armistizio del 1943 e la Liberazione.

    È affascinata da "Barbato", ma più per l'impegno generoso profuso nella battaglia che per le sue teorie.

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    Il Comandante Barbato

    La guerra finì e nell’entusiasmo della pace ritrovata a Torino, Leletta frequenta con impegno i corsi del Centro Culturale Cattolico, visita i malati al Cottolengo, anima le iniziative dell’Apostolato della Preghiera, e va a pregare e a adorare nelle chiese della città, la Consolata, ma anche San Domenico.

    Nel 1947 prese l'abito domenicano a Gressoney Saint Jean, con il nome di suor Consolata. A malincuore dovette peró rinunciare per la sua salute, troppo gracile per la vita religiosa, Leletta pero non si arrese, riprese gli studi, si laureò in filosofia.

    Nel marzo 1955 morì suo padre, il barone Vittorio d'Isola: “Tramontano con lui le liete conversazioni umane,” scrisse. Il vuoto lasciato da quella morte era immenso, Leletta di nuovo debolissima e malata, pesava solo 30 chili. Aveva tuttavia superato lo scritto del concorso nazionale per insegnare filosofia nei licei statali e bisognava che si preparasse all'orale che richiedeva un notevole impegno, vi riusci. Poco dopo, fece la professoressa nel Terz'Ordine Domenicano. Insegnò per molti anni ma, pur essendo docente preparata ed esigente, venne apprezzata ancor di più per il suo straordinario carisma di persona attenta, costantemente in ascolto, pronta ad offrire suggerimenti a chi si trovava in difficoltà.

    Il 9 settembre 1965, la madre, la baronessa Caterina, si era spenta a Bagnolo, assistita con grande affetto e dedizione dai due figli Aimaro e Leletta. Leletta era poi tornata ad Aosta con il cuore stretto per quella dipartita e per aver lasciato il fratello solo a Torino.

    Dal 23 giugno 1966, lasciato l'insegnamento, Leletta si stabilisce al Priorato di Saint-Pierre, a pochi chilometri da Aosta, sulla strada che porta al Monte Bianco, la sua dedizione totale agli altri si manifestò in tutta la sua pienezza. Da allora, fino alla morte, la sua fu una vita di preghiera (ogni giorno la sveglia era alle 3,30), di lavoro, di visite ed incontri, persone che venivano da lei per incontrarla ed esporle i loro problemi, per ricevere coraggio, conforto e consolazione, come in fondo aveva già fatto quando si trovava giovanetta nel palazzo dei Malingri “Palas”.

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    Priorato di Saint-Pierre Aosta

    Leggendo le varie lettere si nota dall’esposizione la ricchezza di dottrina e di indicazioni morali e spirituali che rivelano una profonda conoscenza dell’animo umano e una costante preoccupazione del dono di sé agli altri, chi veniva ai suoi incontri ripartiva con l’animo più sereno, con una speranza restaurata o rafforzata

    Leletta aveva rinunciato ai beni della famiglia e alla condizione del suo ceto, ma non aveva rinunciato agli affetti della sua famiglia per la quale ebbe sempre sentimenti tenerissimi. Aveva accolto con immensa gioia il matrimonio di suo fratello Aimaro con Maria Consolata Solaroli di Briona ed altrettanto aveva fatto con la nascita dei nipoti Saverio e Hilario. Era presente con sollecitudine e discrezione in ogni circostanza della loro vita, li avvolgeva del suo affetto materno, ed era attenta a trasmettere i grandi e piccoli tesori della lunga tradizione familiare, anche con loro era spiritosa e gaia.

    Nella settimana santa del 1988 una ferita apparsa sul seno sinistro rivelò che Leletta aveva un cancro, ma lo comunicò solo a pochi. Debolezza e sofferenze si aggiunsero a quelle che già gravavano su di lei e ma tutto continuò come prima, i colloqui con la gente, l’occuparsi di tante persone, la corrispondenza, la preghiera, nonostante le sue sofferenze.

    Un sogno che Leletta aveva era quello di veder sorgere un monastero a Pra 'd Mill, una proprietà di famiglia sulle montagne sopra Bagnolo dove lei e suo fratello Aimaro erano saliti tante volte da ragazzi, e che durante la guerra era stata frequentata anche dai partigiani.

    Leletta ed il fratello Aimaro donarono l'antica amata terra di Prà d'Mill per edificarvi un monastero. L'architetto Maurizio Momo, con l'assistenza dello stesso Aimaro architetto anche lui, progettò il monastero e la chiesa.

    Purtroppo Leletta, che tanto aveva sperato, pregato e si era adoperata per questo monastero, non fa in tempo a vedere il Monastero Cistercense Dominus Tecum, riesce solamente, prima di morire, a vedere la foto del quadro restaurato dell'Annunciazione che ora si trova nella cappella del Monastero, ed a cui lei teneva moltissimo.

    Muore infatti Priorato di Saint-Pierre, dopo la lunghissima malattia il 18 agosto 1993. Giaceva come sempre  sulla sua sedia a sdraio, assistita dalla cognata Consolata d’Isola, alcune amiche ed amici del Priorato. Il suo corpo venne rivestito del suo abito bianco Domenicano, ed il suo corpo riposa nell'austera tomba di famiglia in pietra di Bagnolo nel piccolo cimitero del Villar, ai piedi della montagna.

    I monaci si stabilirono definitivamente al Monastero Dominus Tecum il 5 luglio 1995, erano in due, padre Cesare e fratel Paolo, iniziando ciò che Leletta aveva desiderato.

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    Monastero Dominus Tecum

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    Quadro dell'Annunciazione e Cappella

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    Nel 2013 è stata avviata la causa di beatificazione di Leletta.

    Willy Jervis

    Nasce a Napoli il 31 dicembre 1901, da una famigla Valdese,  Thomas Jervis e Bianca Quattrini, il suo vero nome è Guglielmo Jervis, ma viene chiamato da tutti "Willy".

    Era discendente da una famiglia inglese, infatti il bisnonno, Thomas B. Jervis, cittadino britannico, era un ufficiale inglese, noto topografo della Compagnia delle Indie e fondatore dell’Ufficio cartografico del War Office di Londra.

    Nel 1925 si laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano. Passa alcuni anni nell'esercito, e cominciò a lavorare nel 1930 per la ditta Frigidaire, poi nel 1934 viene assunto alla Olivetti, dapprima come direttore dello stabilimento di Bologna, poi dal 1935 si occupò della formazione degli operai nello stabilimento centrale di Ivrea, dirigendo la Scuola apprendisti meccanici dell'azienda.

    Il 12 maggio del 1932 sposa Lucilla Rochat, la coppia ha tre figli Giovanni, Letizia e Paola.

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    Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, l'ingegnere non esitò ad entrare nelle file della Resistenza nella zona di Ivrea, essendo un esperto alpinista, era accademico del Club Alpino Italiano e presidente della sezione CAI di Ivrea, una delle sue prime attività, nella Resistenza, fu quella di far passare clandestinamente in Svizzera decine e decine di ex prigionieri di guerra alleati e gruppi di profughi ebrei.

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    Queste attività gli permisero di entrare in contatto con le forze armate del Regno Unito infatti conosceva bene l'inglese.

    Ricercato dalla polizia nazista e da quella fascista, Guglielmo Jervis nel novembre del 1943 decise di trasferirsi in Val Pellice e qui, proseguì l'attività partigiana, tra le file delle formazioni di Giustizia e Libertà, con il nome di battaglia di Willy.

    Grazie soprattutto ai contatti che aveva avuto in Svizzera con i servizi segreti alleati, organizzò, tra le altre cose, sopra Angrogna il campo che ricevette il primo lancio d'armi per i partigiani della Resistenza effettuato dagli Alleati nelle Alpi occidentali.

    Il primo Comitato militare del Partito d'Azione,  lo nominò commissario politico regionale delle formazioni "Giustizia e Libertà" operanti in Piemonte.

    L’11 marzo 1944 è una bella giornata di primavera nelle Valli Valdesi, a ovest di Torino. Willy dopo una missione in Val Germanasca, scende con la motocicletta dalla Val Germanasca, dove ha incontrato una formazione partigiana, dirigendosi a Torre Pollice. Al ponte di Bibiana, all’imbocco della Val Pellice, è fermato dalle SS italiane della II Kompanie - Battaglione "Debica", comandate dal capitano Arturo Dal Dosso, portato in caserma, cerca invano di disfarsi nella latrina di una cartuccia di gelatina, di lettere dategli dal capo partigiano Roberto Malan, di carte annonarie e licenze per ufficiali, che dovevano servire per coperture di partigiani, i nazisti capirono di aver pescato un pesce grosso. A casa gli trovano due foglietti con trascrizioni di trasmissioni radiofoniche inglesi e dieci sterline (resto di una somma datagli per la fuga in Svizzera dai famigliari degli Olivetti). Picchiato brutalmente, rischia di essere ammazzato subito. Si difende dicendo che era andato a sciare, ammette di aver accettato un incarico dai ribelli, ma nega di essere un attivista antifascista. È trasferito a Torino, in mano alla Gestapo.

    Toturato brutalmente, per giorni, l’ingegnere è costretto a fare ammissioni sulla sua attività (attento però a dire sui compagni soltanto le cose che fascisti e tedeschi potevano già sapere), i tedeschi non riuscirono quindi a cavarne alcuna informazione utile. Dichiarato dalla polizia tedesca «elemento estremamente pericoloso», da quel momento vive un’odissea di cinque mesi, fra esecuzioni rimandate all’ultimo momento e vane speranze, almeno di deportazione. La moglie Lucilla si muove febbrilmente fra le carceri Nuove, il comando della Gestapo, le case degli amici. L’ultima carta è un tentativo di scambio con un ufficiale tedesco fatto prigioniero, che però rimane ucciso dai partigiani. È la fine, lo sa anche lui, portato a Villar Pellice, e qui sulla piazza, insieme ad altri quattro partigiani, Jervis è fucilato la notte fra il 4 e 5 agosto . Trascinato da un camion, reso irriconoscibile, il corpo viene esposto nella piazza in un macabro rituale di impiccagione post-mortem, la salma venne appesa ad un albero e lasciata li per un certo tempo.

    Sulla salma fu in seguito ritrovata una Bibbia tascabile, che Willy portava sempre con se, sulla quale aveva scritto il seguente messaggio: « Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un'idea »
    Dopo la sua morte, Adriano Olivetti si offrì di mantenere la famiglia di Jervis; l'industriale considerava infatti il suo dipendente “caduto sul lavoro”, e chiese alla vedova Lucilla Rochat l'onore di provvedere a lei ed ai figli.

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    La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza

    Suo figlio Giovanni Jervis, deceduto il 2 agosto del 2009, laureato in medicina e chirurgia, si specializzò poi in neurologia e psichiatria, fu un importante psichiatra e tra i principali promotori della Legge Basaglia.

    Alla memoria di Guglielmo Jervis sono dedicati due rifugi alpini:

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    il rifugio Guglielmo Jervis nella valle dell'Orco, in comune di Ceresole Reale

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    il rifugio Willy Jervis in val Pellice, in comune di Bobbio Pellice

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    La piazza principale di Villar Pellice ove fu fucilato porta oggi il suo nome.

    La via dove sorge la sede storica della Olivetti a Ivrea è stata dedicata a Willy Jervis.

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    Con la firma dell’Armistizio (trattato in base al quale le forze italiane smettevano dicombattere gli alleati), avvenuta in data 8 settembre 1943, iniziò la guerra civile in Italia che terminò solamente il 25 aprile 1945.

    Purtroppo non tutti i partigiani si comportarono come questi eroi, dal 1945 al 1948, vi fu una vera e propria guerra civile, molti approfittarono dell’occasione per vendette, ripicche e regolamenti di conti, perpetuando stragi al pari dei nazifascisti, uccidendo sacerdoti, innocenti e persino propri compagni che non erano allineati con l’ideologia sovietica. Infatti molti partigiani comunisti volevano instaurare, a guerra terminata, un regime di modello stalinista-sovietico.

    Qui sotto trovate alcuni collegamenti a siti che parlano di queste stragi (click sulle immagini).

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