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Notizie

Quattro Storie - il 15/08/2016 00:00 con Webmaster

Quattro Storie della Resistenza

Quattro Ragazzi, Tre Religioni, un solo Ideale

Mi sono imbattuto per caso, durante le mie ricerche in internet con le storie di questi quattro ragazzi, che mi hanno colpito per i valori morali di libertà, giustizia,libertà, rispetto del prossimo, fede, patriottismo. che trasmettono.

Al giorno d'oggi si parla di crisi economica, ma guardandosi intorno, ci si accorge che un’altra crisi, ben più radicata e difficile da estirpare, riguarda i valori fondamentali dell’uomo, che sembrano essersi dissolti nel nulla.  Infatti i nostri comportamenti e le nostre azioni dipendono soprattutto dai nostri Valori. Sono ormai cronaca di tutti i giorni, il dilagare di episodi e situazioni raccapriccianti, di maleducazione, non rispetto del prossimo, insomma la perdità di Valori. Sono oramai cronaca di tutti i giorni e noi, nostro malgrado, abbiamo imparato a conviverci. Sembrano essere scomparsi quei "freni comportamentali" che rendevano l’individuo capace di distinguere il "bene" dal "male", privilegiando etica, rispetto, educazione e buon senso.
 

I quattro ragazzi sono: Emanuele Artom, Jenni Cardon, Leletta Origlia, Willy Jervis.

Emanuele Artom

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Nacque ad Aosta il 23 giugno 1915 in una colta famiglia della borghesia ebraica torinese, figlio di Amalia Segre e di Emilio Artom, matematici ed insegnanti. Studiò al Liceo classico Massimo D'Azeglio si iscrisse Università degli Studi di Torino alla facoltà di lettere nell'autunno del 1933, si laureò a pieni voti nel 1937 a Milano.

Organizzo insieme al fratello Ennio, (detto Ninìn), un circolo culturale ebraico, a cui parteciparono molti giovani ebrei torinesi, che colpiti dalla persecuzione razziale iniziarono ad indagare sul senso della propria identità ed appartenenza.

Dopo la morte del fratello Ennio, avvenuta nel luglio 1940 a Courmayeur per un incidente di montagna, Emanuele si rinchiuse su sé stesso, dedicandosi sempre più all'attività di studio.

Si avvicinò all'antifascismo e all'attivismo politico alla fine degli anni trenta, aderendo ufficialmente nel 1943 al Partito d'Azione. All’indomani dell’8 settembre 1943 Emanuele Artom tornando a casa confessa alla madre, “oggi ho combinato due guai, ho rotto i pantaloni e mi sono unito ai partigiani”.

Con il nome di coperture di Eugenio Ansaldi, prima in qualità di delegato azionista nella Formazione Garibaldina comandata da Barbato (nome di battaglia di Pompeo Colaianni), divenne poi Commissario Politico delle Formazioni di “Giustizia e Libertà” della Val Pellice e della Val Germanasca, e in particolare svolge la sua attività in Val Pellice, presso le basi della Sea, degli Ivert e del Bagnau. Passando poi di banda in banda e partecipando ad azioni pericolose ed a lunghe marce. Nonostante la sua costituzione fisica esile e poco adatta ai disagi della vita partigiana, Emanuele era infaticabile nel visitare le varie bande per portare la sua parola volta a incoraggiare i partigiani, spesso restii ai discorsi, e per spiegare loro le ragioni e gli scopi di una lotta non solo di liberazione ma altresì di rinnovamento democratico, Artom sognava un mondo senza guerre, detestava ogni forma di violenza e sopraffazione, riteneva che l’esperienza della lotta antifascista avrebbe portato a rendere possibile tutto questo. Un aneddoto racconta che Emanuele trovandosi alla stazione ferroviaria di Barge e vedendo un manifesto per l'arruolamento nella milizia Fascista, ove tra i requisiti richiesti vi era inserita la una moralità ineccepibile, Emanuele scrisse accanto a questo requisito “in questo caso, non ci si arruola nella Milizia”.

Il 21 marzo 1944 i tedeschi cominciarono un grande rastrellamento contro i partigiani delle Valli Valdesi, Pellice e Germanasca, Emanuele si trovava alla Gianna in Val Germanasca, ove aveva sede il Comando delle Bande partigiane di “Giustizia e Libertà".  Quelli de “La Gianna”, erano in pochi e male armati, non essendo in condizioni di sostenere uno scontro frontale, data la disparità delle forze,  decisero di salire sui monti senza opporre resistenza, disperdendosi in piccoli gruppi. Emanuele si incammino anche lui verso l’alta valle, ma sia i sentieri che i prati sono ancora ricoperti di neve, l’ascesa è faticosissima, non hanno armi, ed conducono con loro un prigioniero, un certo M.D. della Milizia, che era stato graziato, visto che quel gruppetto non era di quelli che i prigionieri li fucilavano.

Erano ormai giunti al valico del colle Giulian a più di 2500 metri, tentando di riparare in Val Pellice, quando si trovano improvvisamente di fronte un gruppo di cinque o sei SS italiane armate, mandano avanti il prigioniero, che per tutta riconoscenza li tradi.

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La piccola squadra si rese ben presto conto di essere sotto la minaccia delle armi delle SS italiane, e per loro non restava scampo che nella fuga. Emanuele era spossato, non dormiva da tre giorni, e non riuscendo a proseguire, ad ai compagni che lo incitavano a seguirli disse “Compagni , non posso !”. Si fermo, forse illuso dalla speranza della promessa che era stata fatta dalle SS “Vi tratteremo come prigionieri di guerra ”. Con lui rimase il diciassettenne Ruggero Levi, già suo allievo e a lui devotissimo che non volle abbandonare il compagno e maestro, vengono arrestati entrambi.

L’ex prigioniero di Emanuele, al quale Emanuele aveva risparmiato la vita, da infame qual’era, lo denunciò rivelando il suo vero nome che era Ebreo e Commissario Politico.

Portati e rinchiusi nel Municipio di Bobbio Pellice, poi nella Caserma Airali di Luserna San Giovanni. Essendo stato riconosciuto come Commissario Politico e come Ebreo, inizio per Emanuele un accanimento dei carnefici, le testimonianze dei compagni di prigionia sono raccapriccianti, parlano di bagni nell’acqua gelata, unghie estirpate, percosse fino alla sfigurazione, in questo si distinsero il capitano Arturo Dal Dosso, il tenente Francesco Malanca e Domenico Peccolo Besso.

Ormai allo stremo delle forze Emanuele pensa di suicidarsi, ma i tedeschi lo perquisiscono e trovandogli un pezzo di vetro, minacciano di uccidere i suoi compagni in caso lui tenti di togliersi la vita, Emanuele rinuncia ai suoi propositi per non pregiudicare le vite dei suoi amici. Il 31 marzo Emanuele, Jacopo Lombardini e altri prigionieri sono trasportati a Torino, nel 1° braccio del carcere ‘Le Nuove’, “detto “braccio tedesco” perché controllato e gestito dai nazisti tedeschi.

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Il 7 aprile gli aguzzini trovano nella cella il corpo esanime di Artom, ucciso dalle torture e dalle percosse, quattro partigiani prigionieri, Sandri Gino di Milano, Lusanno Aldo di Chivasso, Remo Grill e Enzo Rostan di Prali, vengono costretti a seppellirlo in un bosco nei pressi di Stupinigi sulle rive del Sangone. Il luogo esatto della sepoltura non verrà mai identificato, ne il suo corpo ritrovato.

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La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza di Emanuele

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La via di Torino dedicata a Emanuele Artom

JENNI CARDON ( in Peyronel )

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Nata a Torre Pellice (Torino) l’11 marzo 1917 da Luigi Cardon e Margherita Piastre.

Il suo nome completo era Jenni Pierina Cardon., è di religione Valdese. Sappiamo che si era sposata con Gigi Peyronel il 1° Agosto 1943, il marito era militare in Montenegro e lei decise di diventare partigiana. Non si videro più quando Gigi tornò Jenny era morta da pochi giorni.

Operativa come staffetta e portaordini dal 1 dicembre 1944, con la Formazione Val Pellice di “Giustizia e Libertà”, V Divisione Alpina Toia, si distingueva in particolare modo per le delicate operazioni di collegamento tra i vari reparti, col suo esempio e la sua fede nella giustizia e libertà.

Era un compito difficilissimo e molto pericoloso quello della staffetta, consisteva nel portare ordini, vestiti, cibarie e munizioni da una località all’altro riuscendo a superare i posti di blocco nazifascisti, per questo tutti la ammiravano..

Era stata arrestata nel marzo/aprile 1945, ma appena rilasciata era tornata subito al suo incarico di portaordini ed il 23 aprile 1945, stava recandosi a una postazione partigiana per portarvi un ordine. Le truppe tedesche ed i nazifascisti dislocati in Val Pellice ricevettero l'ordine di abbandonare le posizioni. Durante la ritirata verso la pianura, ostacolata e rallentata dai partigiani, in località Rio Cros,  venne sorpresa e catturata, fece scudo col proprio corpo per impedire ai nazifascisti di sottrarsi all’ intenso combattimento con le formazioni partigiane, venne decorata con la medaglia di bronzo al valor militare. Jenni fu l’ultimo partigiano a perdere la vita in Val Pellice.

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Cippo che ricorda il sacrificio di Jenni ( a sinistra ingrandito )

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Ingrandimento della Targa

Di Jenni lei purtroppo dalle varie ricerche effettuate in rete, non si ritrova molto, anche sulla data della sua morte vi sono incertezze e controversie in alcuni siti si cita il 23 aprile 1945, in altri e sulla lapide che la ricorda il 26 aprile 1945. Proprio questi  tre giorni di differenza hanno stimolato la mia curiosità ed ho voluto ricordare il sacrificio di Jenny perché ormai troppo spesso questi ricordi vengono cancellata dal tempo.

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Torre Pellice gli ha dedicato una strada

La donna che decideva di fare la staffetta era animata da un forte sentimento di giustizia, da una grande forza d’animo, e da un grande coraggio, non fu facile per le donne, entrare a far parte della Resistenza, vi erano numerose responsabilità, tanti i doveri, ma tanti anche gli obbiettivi, che le spingevano ad anteporre alle proprie esigenze personali quelle della causa per la quale combattevano, ciò mise in luce il loro prestigio nella società.

La figura della staffetta fu molto rispettata, soprattutto all’interno delle formazioni, poiché si riconosceva l’importanza del lavoro che essa svolgeva.

Le staffette, di norma, non erano armate, per evitare di essere identificate e arrestate nel corso di un’eventuale perquisizione, erano vestite in modo comune ed il loro primo obbiettivo era quello di passare inosservate dinnanzi ai posti di blocco tedeschi. La staffetta aveva il compito di tenere i contatti fra le diverse formazioni di partigiani e le loro famiglie, sovente portava anche munizioni ed armi che si riuscivano ad ottenere in svariati modi. All’interno della formazione, aveva ancora altri compiti soprattutto era l’infermiera, teneva infatti i contatti con il medico e con il farmacista del paese, tentava di procurarsi il necessario per curare i pidocchi e la scabbia (che molto spesso erano un vero flagello per i partigiani) o le ferite procurate in battaglia.

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La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza di Jenni

Leletta Origlia d’Isola

Nata a Torino il 1 aprile 1926,in un signorile palazzo di via Giannone 7, il padre era il barone Vittorio Oreglia d’Isola, la madre la contessa Caterina Malingri di Bagnolo, entrambi i genitori erano provenienti da famiglie di antica nobiltà piemontese.

Profondamente cattolici i genitori battezzano la figlia con i nomi di Aurelia, Alessandra e Anna Maria, ma Aurelia Oreglia d’Isola che fu poi per tutti Leletta.

Circa due anni più tardi nacque il fratello Aimaro, amatissimo ed inseparabile, trascorrendo con lui un’infanzia felice. A tre anni Leletta rischiò di morire di polmonite ma fortunatamente guarì, ma i segni della malattia scavarono un solco profondo nel suo gracile corpo.  Nell’ottobre 1939 nacque un fratellino, Saverio, che purtroppo morì quasi subito. Con lo scoppio della guerra nel giugno del 1940 la famiglia Isola rimasero a Torino, sino ad una notte che i bombardamenti su Torino causarono numerosi morti, incendi e devastazioni. Questo fece si che avvenne un imponente esodo di gente dalla città. Anche la famiglia d’Isola, visto come stavano le cose decisero di partire per Bagnolo ove avevano una antica e grande casa patrizia, detta il Palàs del XIV sec. con un parco e alberi secolari. Questa era situata ai piedi dell’altura del Castello dei baroni Malingri risalente al XII secolo, divenne un rifugio non soltanto per loro, perché ben presto la madre diede ospitalità anche ad altre persone, infatti dopo l’8 settembre 1943 cominciò la resistenza, nelle vallate piemontesi.

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Il Palàs

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Il Castello

Leletta cattolica fervente, sorretta da una vocazione quasi mistica, il 9 giugno 1944, nella cappella delle Suore del Cenacolo a Torino, diventa Figlia di Maria. La sua è una vocazione abbracciata con impetuosa, giovanile freschezza, quella stessa che imprigiona nelle pagine del suo diario lo sguardo di una fanciulla affacciata sugli orrori della guerra con la spensieratezza dei suoi anni ma anche con la consapevolezza che le viene da una fede religiosa precocemente solida e strutturata.

La baronessa Caterina Malingri, la “Barona” come la chiamavano in paese, nascose nella casa ereditaria e in piccole cascine sulla montagna di sua proprietà partigiani, sbandati, ebrei, curò feriti e malati, aiutò la popolazione locale provata da uccisioni, incendi, ruberie. Villar di Bagnolo veniva governato con discrezione e saggezza dalla baronessa, in tacito accordo con il comandate partigiano della Formazioni Garibaldi della Valle Barbato ( nome di battaglia Pompeo Colajanni) che si era insediato al castello. Tra la futura suora e il partigiano comunista si intreccia un rapporto di stima profonda. Quella vicenda offre oggi un irripetibile spaccato della dimensione umana, culturale e religiosa della Resistenza.

Leletta guardava ammirata sua madre che si occupava della popolazione o parlamentava con ufficiali tedeschi, o medicava i feriti facendosi aiutare da lei e dalla sorella Barbara che era infermiera. La saldezza morale di questa nobildonna è ancor oggi ricordata e ammirata dai vecchi Villaresi. Questo esempio lasciò un segno profondo nella figlia, destando in lei un’analoga forza interiore e l’attitudine nel farsi carico degli altri, durante gli anni di guerra la maturarono, va con la madre a portare conforto. Sono giorni in cui ogni gesto è avventura e pericolo, non solo aiutare i giovani amici ospiti in casa d’Isola e nascondere i partigiani durante le incursioni dei fascisti, ma anche recarsi a scuola, prendere il treno, andare in bicicletta, o semplicemente curare i feriti, seppellire i morti e piangere con i sopravvissuti. Nel marzo 1945 Leletta venne catturata, caricata su un camion e poi interrogata, ma se la cava, e la rilasciarono. Nei i venti mesi della lotta partigiana, Leletta tiene un diario che oggi ci appare come uno dei documenti più straordinari scritti in quel periodo, tra l’armistizio del 1943 e la Liberazione.

È affascinata da "Barbato", ma più per l'impegno generoso profuso nella battaglia che per le sue teorie.

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Il Comandante Barbato

La guerra finì e nell’entusiasmo della pace ritrovata a Torino, Leletta frequenta con impegno i corsi del Centro Culturale Cattolico, visita i malati al Cottolengo, anima le iniziative dell’Apostolato della Preghiera, e va a pregare e a adorare nelle chiese della città, la Consolata, ma anche San Domenico.

Nel 1947 prese l'abito domenicano a Gressoney Saint Jean, con il nome di suor Consolata. A malincuore dovette peró rinunciare per la sua salute, troppo gracile per la vita religiosa, Leletta pero non si arrese, riprese gli studi, si laureò in filosofia.

Nel marzo 1955 morì suo padre, il barone Vittorio d'Isola: “Tramontano con lui le liete conversazioni umane,” scrisse. Il vuoto lasciato da quella morte era immenso, Leletta di nuovo debolissima e malata, pesava solo 30 chili. Aveva tuttavia superato lo scritto del concorso nazionale per insegnare filosofia nei licei statali e bisognava che si preparasse all'orale che richiedeva un notevole impegno, vi riusci. Poco dopo, fece la professoressa nel Terz'Ordine Domenicano. Insegnò per molti anni ma, pur essendo docente preparata ed esigente, venne apprezzata ancor di più per il suo straordinario carisma di persona attenta, costantemente in ascolto, pronta ad offrire suggerimenti a chi si trovava in difficoltà.

Il 9 settembre 1965, la madre, la baronessa Caterina, si era spenta a Bagnolo, assistita con grande affetto e dedizione dai due figli Aimaro e Leletta. Leletta era poi tornata ad Aosta con il cuore stretto per quella dipartita e per aver lasciato il fratello solo a Torino.

Dal 23 giugno 1966, lasciato l'insegnamento, Leletta si stabilisce al Priorato di Saint-Pierre, a pochi chilometri da Aosta, sulla strada che porta al Monte Bianco, la sua dedizione totale agli altri si manifestò in tutta la sua pienezza. Da allora, fino alla morte, la sua fu una vita di preghiera (ogni giorno la sveglia era alle 3,30), di lavoro, di visite ed incontri, persone che venivano da lei per incontrarla ed esporle i loro problemi, per ricevere coraggio, conforto e consolazione, come in fondo aveva già fatto quando si trovava giovanetta nel palazzo dei Malingri “Palas”.

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Priorato di Saint-Pierre Aosta

Leggendo le varie lettere si nota dall’esposizione la ricchezza di dottrina e di indicazioni morali e spirituali che rivelano una profonda conoscenza dell’animo umano e una costante preoccupazione del dono di sé agli altri, chi veniva ai suoi incontri ripartiva con l’animo più sereno, con una speranza restaurata o rafforzata

Leletta aveva rinunciato ai beni della famiglia e alla condizione del suo ceto, ma non aveva rinunciato agli affetti della sua famiglia per la quale ebbe sempre sentimenti tenerissimi. Aveva accolto con immensa gioia il matrimonio di suo fratello Aimaro con Maria Consolata Solaroli di Briona ed altrettanto aveva fatto con la nascita dei nipoti Saverio e Hilario. Era presente con sollecitudine e discrezione in ogni circostanza della loro vita, li avvolgeva del suo affetto materno, ed era attenta a trasmettere i grandi e piccoli tesori della lunga tradizione familiare, anche con loro era spiritosa e gaia.

Nella settimana santa del 1988 una ferita apparsa sul seno sinistro rivelò che Leletta aveva un cancro, ma lo comunicò solo a pochi. Debolezza e sofferenze si aggiunsero a quelle che già gravavano su di lei e ma tutto continuò come prima, i colloqui con la gente, l’occuparsi di tante persone, la corrispondenza, la preghiera, nonostante le sue sofferenze.

Un sogno che Leletta aveva era quello di veder sorgere un monastero a Pra 'd Mill, una proprietà di famiglia sulle montagne sopra Bagnolo dove lei e suo fratello Aimaro erano saliti tante volte da ragazzi, e che durante la guerra era stata frequentata anche dai partigiani.

Leletta ed il fratello Aimaro donarono l'antica amata terra di Prà d'Mill per edificarvi un monastero. L'architetto Maurizio Momo, con l'assistenza dello stesso Aimaro architetto anche lui, progettò il monastero e la chiesa.

Purtroppo Leletta, che tanto aveva sperato, pregato e si era adoperata per questo monastero, non fa in tempo a vedere il Monastero Cistercense Dominus Tecum, riesce solamente, prima di morire, a vedere la foto del quadro restaurato dell'Annunciazione che ora si trova nella cappella del Monastero, ed a cui lei teneva moltissimo.

Muore infatti Priorato di Saint-Pierre, dopo la lunghissima malattia il 18 agosto 1993. Giaceva come sempre  sulla sua sedia a sdraio, assistita dalla cognata Consolata d’Isola, alcune amiche ed amici del Priorato. Il suo corpo venne rivestito del suo abito bianco Domenicano, ed il suo corpo riposa nell'austera tomba di famiglia in pietra di Bagnolo nel piccolo cimitero del Villar, ai piedi della montagna.

I monaci si stabilirono definitivamente al Monastero Dominus Tecum il 5 luglio 1995, erano in due, padre Cesare e fratel Paolo, iniziando ciò che Leletta aveva desiderato.

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Monastero Dominus Tecum

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Quadro dell'Annunciazione e Cappella

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Nel 2013 è stata avviata la causa di beatificazione di Leletta.

Willy Jervis

Nasce a Napoli il 31 dicembre 1901, da una famigla Valdese,  Thomas Jervis e Bianca Quattrini, il suo vero nome è Guglielmo Jervis, ma viene chiamato da tutti "Willy".

Era discendente da una famiglia inglese, infatti il bisnonno, Thomas B. Jervis, cittadino britannico, era un ufficiale inglese, noto topografo della Compagnia delle Indie e fondatore dell’Ufficio cartografico del War Office di Londra.

Nel 1925 si laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano. Passa alcuni anni nell'esercito, e cominciò a lavorare nel 1930 per la ditta Frigidaire, poi nel 1934 viene assunto alla Olivetti, dapprima come direttore dello stabilimento di Bologna, poi dal 1935 si occupò della formazione degli operai nello stabilimento centrale di Ivrea, dirigendo la Scuola apprendisti meccanici dell'azienda.

Il 12 maggio del 1932 sposa Lucilla Rochat, la coppia ha tre figli Giovanni, Letizia e Paola.

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Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, l'ingegnere non esitò ad entrare nelle file della Resistenza nella zona di Ivrea, essendo un esperto alpinista, era accademico del Club Alpino Italiano e presidente della sezione CAI di Ivrea, una delle sue prime attività, nella Resistenza, fu quella di far passare clandestinamente in Svizzera decine e decine di ex prigionieri di guerra alleati e gruppi di profughi ebrei.

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Queste attività gli permisero di entrare in contatto con le forze armate del Regno Unito infatti conosceva bene l'inglese.

Ricercato dalla polizia nazista e da quella fascista, Guglielmo Jervis nel novembre del 1943 decise di trasferirsi in Val Pellice e qui, proseguì l'attività partigiana, tra le file delle formazioni di Giustizia e Libertà, con il nome di battaglia di Willy.

Grazie soprattutto ai contatti che aveva avuto in Svizzera con i servizi segreti alleati, organizzò, tra le altre cose, sopra Angrogna il campo che ricevette il primo lancio d'armi per i partigiani della Resistenza effettuato dagli Alleati nelle Alpi occidentali.

Il primo Comitato militare del Partito d'Azione,  lo nominò commissario politico regionale delle formazioni "Giustizia e Libertà" operanti in Piemonte.

L’11 marzo 1944 è una bella giornata di primavera nelle Valli Valdesi, a ovest di Torino. Willy dopo una missione in Val Germanasca, scende con la motocicletta dalla Val Germanasca, dove ha incontrato una formazione partigiana, dirigendosi a Torre Pollice. Al ponte di Bibiana, all’imbocco della Val Pellice, è fermato dalle SS italiane della II Kompanie - Battaglione "Debica", comandate dal capitano Arturo Dal Dosso, portato in caserma, cerca invano di disfarsi nella latrina di una cartuccia di gelatina, di lettere dategli dal capo partigiano Roberto Malan, di carte annonarie e licenze per ufficiali, che dovevano servire per coperture di partigiani, i nazisti capirono di aver pescato un pesce grosso. A casa gli trovano due foglietti con trascrizioni di trasmissioni radiofoniche inglesi e dieci sterline (resto di una somma datagli per la fuga in Svizzera dai famigliari degli Olivetti). Picchiato brutalmente, rischia di essere ammazzato subito. Si difende dicendo che era andato a sciare, ammette di aver accettato un incarico dai ribelli, ma nega di essere un attivista antifascista. È trasferito a Torino, in mano alla Gestapo.

Toturato brutalmente, per giorni, l’ingegnere è costretto a fare ammissioni sulla sua attività (attento però a dire sui compagni soltanto le cose che fascisti e tedeschi potevano già sapere), i tedeschi non riuscirono quindi a cavarne alcuna informazione utile. Dichiarato dalla polizia tedesca «elemento estremamente pericoloso», da quel momento vive un’odissea di cinque mesi, fra esecuzioni rimandate all’ultimo momento e vane speranze, almeno di deportazione. La moglie Lucilla si muove febbrilmente fra le carceri Nuove, il comando della Gestapo, le case degli amici. L’ultima carta è un tentativo di scambio con un ufficiale tedesco fatto prigioniero, che però rimane ucciso dai partigiani. È la fine, lo sa anche lui, portato a Villar Pellice, e qui sulla piazza, insieme ad altri quattro partigiani, Jervis è fucilato la notte fra il 4 e 5 agosto . Trascinato da un camion, reso irriconoscibile, il corpo viene esposto nella piazza in un macabro rituale di impiccagione post-mortem, la salma venne appesa ad un albero e lasciata li per un certo tempo.

Sulla salma fu in seguito ritrovata una Bibbia tascabile, che Willy portava sempre con se, sulla quale aveva scritto il seguente messaggio: « Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un'idea »
Dopo la sua morte, Adriano Olivetti si offrì di mantenere la famiglia di Jervis; l'industriale considerava infatti il suo dipendente “caduto sul lavoro”, e chiese alla vedova Lucilla Rochat l'onore di provvedere a lei ed ai figli.

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La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza

Suo figlio Giovanni Jervis, deceduto il 2 agosto del 2009, laureato in medicina e chirurgia, si specializzò poi in neurologia e psichiatria, fu un importante psichiatra e tra i principali promotori della Legge Basaglia.

Alla memoria di Guglielmo Jervis sono dedicati due rifugi alpini:

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il rifugio Guglielmo Jervis nella valle dell'Orco, in comune di Ceresole Reale

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il rifugio Willy Jervis in val Pellice, in comune di Bobbio Pellice

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La piazza principale di Villar Pellice ove fu fucilato porta oggi il suo nome.

La via dove sorge la sede storica della Olivetti a Ivrea è stata dedicata a Willy Jervis.

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Con la firma dell’Armistizio (trattato in base al quale le forze italiane smettevano dicombattere gli alleati), avvenuta in data 8 settembre 1943, iniziò la guerra civile in Italia che terminò solamente il 25 aprile 1945.

Purtroppo non tutti i partigiani si comportarono come questi eroi, dal 1945 al 1948, vi fu una vera e propria guerra civile, molti approfittarono dell’occasione per vendette, ripicche e regolamenti di conti, perpetuando stragi al pari dei nazifascisti, uccidendo sacerdoti, innocenti e persino propri compagni che non erano allineati con l’ideologia sovietica. Infatti molti partigiani comunisti volevano instaurare, a guerra terminata, un regime di modello stalinista-sovietico.

Qui sotto trovate alcuni collegamenti a siti che parlano di queste stragi (click sulle immagini).

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il libro della giungla un Film da Vedere - il 20/05/2016 00:00 con Webmaster

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Un Film da Vedere "Il Libro della Giungla" di Jon Favreau

Come quasi sempre la casa Disney propone dei film adatti non solo per i più piccoli, ma anche per gli adulti.

Dopo quasi mezzo secolo dall'uscita del cartone animato prodotto da Walt Disney nel 1966-67( Il libro della giungla segna anche l'ultimo film d'animazione ad avere i tocchi personali di Disney, prima della sua morte il 15 dicembre 1966, morì proprio nel periodo della sua lavorazione), "Il Libro della Giungla" torna al cinema prodotto dalla Walt Disney Pictures, a Los Angeles, con una nuova e sorprendente veste grafica con effetti speciali, la scenografia e animali sono stati interamente ricostruiti in digitale grazie alla tecnica del CGI, motion capture, il film propone una immersione nella natura, che domina incontrastata, racconta la storia di Mogli, un cucciolo d’uomo.

La storia nata dalla fantasia dello scrittore inglese Rudyard Kipling che lo scrisse nel 1894 per esprimere il suo grande amore per l'India, trova in questo film un adattamento con una narrazione avvincente, i personaggi e la trama sono simili a quella già vista nel classico cartone animato Disney del 1967, anche se mancano alcuni personaggi presenti nel libro originale.

Ma vediamo i vari personaggi

Mogli (Interpretato dal giovane attore Neel Sethi )

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              Nel 1967                                                                                 Nel 2016

La pantera Bagheera

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             Nel 1967                                                                                 Nel 2016

Akela

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             Nel 1967                                                                                 Nel 2016

Raksha

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             Nel 1967                                                                                 Nel 2016

Shere Khan

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             Nel 1967                                                                                 Nel 2016

Kaa

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             Nel 1967                                                                                 Nel 2016

Baloo

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             Nel 1967                                                                                 Nel 2016

King Louie

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             Nel 1967                                                                                 Nel 2016

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Il titolo originale del Film è The Jungle Book, la storia è quella di un orfano, Mowgli trovato nella giungla dalla pantera Bagheera, che invece di divorarlo, mossa da pietà, decide di affidarlo ai lupi per farlo crescere forte e rispettoso delle leggi della giungla. I suoi genitori saranno il saggio e nobile capobranco dei lupi Akela e la lupa Raksha, madre dolce, amorevole ed apprensiva.

Durante la tregua dell’acqua, una sorta di patto grazie al quale prede e predatori possono bere tra loro in modo pacifico senza problemi dall’unica pozza d’acqua rimasta dopo la secca, compare per la tigre Shere Khan, che fiutando tra tutti gli animali presenti, riconosce l’odore di un cucciolo d’uomo, e promette di eliminarlo prima che diventi una minaccia, è vendicativa nei confronti degli umani in quanto colpevoli di averle inflitto cicatrici.

I lupi si radunano per decidere cosa fare ma Mowgli interviene dicendo che lascerà il branco per evitare ritorsioni di Shere Khan verso di loro e per non mettere in pericolo il branco.

Il cucciolo d'uomo intraprende quindi il viaggio con il suo mentore, la pantera Bagheera, che saggio e protettiva, cerca di educare Mowgli come un abitante della giungla, che non ha quindi bisogno di ricorrere a “trucchi” tipici dell’uomo.

Durante la strada, nella natura poco benevola, ma che allo stesso tempo rappresenta le sue origini ed il suo universo di riferimento, Mowgli conoscerà Kaa, un pitone dalla voce seducente e lo sguardo ipnotizzante che gli raccontera le sue origini, quindi l’orso Baloo, ghiotto di miele, spensierato, giocherellone e canterino, un branco di elefanti a cui salverà un piccolo vaduto in un avvallamento ed infine King Louie, un’enorme gorilla Gigantopithecus autoritario adulatore ed ambizioso che tenterà di costringere Mowgli a rivelargli il segreto umano del mortale e sfuggente fiore rosso, il fuoco.

Baloo e Bagheera raggiungono il tempio e salvano Mowgli ma vengono scoperti e inseguiti dalle scimmie e da Louie, che rivela a Mowgli che Akela è morto. Durante l'inseguimento Louie finisce sepolto sotto le macerie del tempio e Mowgli, riuscito a fuggire, decide di tornare a casa e confrontarsi con Shere Khan.

Mowgli raggiunge il villaggio degli uomini, ruba una torcia e corre alla tana dei lupi per sfidare la tigre, appiccando senza volerlo un incendio in tutta la giungla. Mowgli giunge alla pozza d'acqua, dove si sono radunati tutti gli animali, e sfida apertamente Shere Khan. La tigre lo schernisce mostrandogli i danni causati dall'incendio e accusandolo di essere diventato come tutti gli altri uomini. Mowgli getta la torcia nell'acqua per dimostrare di tenere alla sua vera famiglia e alla giungla. Mowgli rimane indifeso a Shere Khan che lo attacca; Bagheera, Baloo e il branco di lupi si lanciano contro Shere Khan e sebbene nessuno di loro riesca a fermarlo, danno il tempo a Mowgli di preparare una trappola per battere la tigre. Mowgli attira Shere Khan in cima a un albero morto, che precipita e muore tra le fiamme.

Gli elefanti indiani spengono l'incendio deviando la corrente del fiume. Raksha diventa il nuovo capobranco e Mowgli decide di rimanere nella giungla con i suoi amici Baloo e Bagheera, decidendo di utilizzare i suoi trucchi umani per uso personale.

Il libro della giungla è l'ultimo lavoro di Garry Shandling, che è morto 24 marzo 2016 per un attacco cardiaco, ha dato la sua voce per il personaggio di Ikki il porcospino.

Il regista, Jon Favreau (padre dell'Iron man cinematografico), ha dalla sua una computer grafica che raggiunge un grado di fotorealismo impressionante e mai come in questo caso l'impiego del 3d appare giustificato

Titolo italiano            Il Libro della Giungla
Titolo originale     The Jungle Book
Lingua originale     inglese
Paese di produzione     Stati Uniti d'America
Anno     2016
Durata     105 min
Colore     colore
Audio     sonoro
Genere     avventura, Fantasy, drammatico
Regia     Jon Favreau
Soggetto     Rudyard Kipling (romanzo)
Sceneggiatura     Justin Marks
Produttore     Brigham Taylor, Jon Favreau
Produttore esecutivo     Molly Allen, Karen Gilchrist, Peter M. Tobyansen
Casa di produzione     Walt Disney Pictures, Fairview Entertainment
Distribuzione (Italia)     Walt Disney Studios Motion Pictures
Fotografia     Bill Pope
Montaggio     Mark Livolsi
Musiche     John Debney
Scenografia     Christopher Glass


Interpreti e personaggi
    Neel Sethi: Mowgli


Doppiatori originali
    Bill Murray: Baloo
    Ben Kingsley: Bagheera
    Idris Elba: Shere Khan
    Lupita Nyong'o: Raksha
    Scarlett Johansson: Kaa
    Giancarlo Esposito: Akela
    Christopher Walken: King Louie


Doppiatori italiani
    Luca Tesei: Mowgli
    Neri Marcorè: Baloo
    Toni Servillo: Bagheera
    Alessandro Rossi: Shere Khan
    Violante Placido: Raksha
    Giovanna Mezzogiorno: Kaa
    Luca Biagini: Akela
    Giancarlo Magalli: King Louie

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Un Nome poco Conosciuto - il 28/03/2016 00:00 con WebMaster

PIEVE

Ho appreso questo nome guardando una trasmissione televisiva e mi sono incuriosito, dicendomi ma è una Chiesa. Conoscevo nomi di Comuni che avevano inserito "Pieve" nel loro nome, ma non conoscevo i riferimenti a Chiese.

Infatti la parola PIEVE proviene dal latino plebs (popolo), originariamente Plèbem (modificato poi in Pièbe, piève) plebe, popolo, inteso come Popolazione di campagna che ha al centro una chiesa, con sottoposti parecchi villaggi di campagna. Normalmente quindi si tratta di una chiesa rurale con annesso il battistero, ed a volte anche un ospedale, sul suo sagrato nel medioevo si svolgeva il mercato.
Nel Medioevo la pieve era considerata una chiesa Madre, svolgeva funzioni religiose ma anche civili e amministrative, posta al centro di una circoscrizione territoriale, da essa dipendevano le altre chiese e cappelle, di quel territorio, prive di battistero.
Sul finire del Medioevo le PIEVE persero tutte le funzioni civili ed amministrative, svolgendo solo più le funzioni religiose e liturgiche, persero anche le funzioni battesimali, che man mano passarono alle parrocchie. Il termine sopravvive oggi nella toponomastica esempi sono, Città della Pieve, Pieve di Cadore ecc.

Più informazioni sul Sito di Wikipedia

Di seguito alcune Fotografie di Pievi. ( Cliccando sulle immagini si aprirà una nuova finestra con informazioni più dettagliate )

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Pieve di San Giovanni in Ottavo – Brisighella

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Pieve di S.Martino (sec X) - Brogliano

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Pieve di San Giovanni Battista -  Vespolate

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Pieve San Martino - a Palaia

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Pieve di San Romolo a Gaville Incisa val d'Arno

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Pieve di Viguzzolo

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Pieve di San Pietro a Romena

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Quando la Notizia di cronaca non fa Scalpore - il 10/03/2016 00:00 con Webmaster

Ambulanza del 118 distrutta a pietrate

Alcuni giorni fa mentre facevo un pranzo frugale in un bar, ho notato la notizia su un giornale di Cronaca. Purtroppo dato che il giornale lo stava leggendo un ragazzo non ho potuto leggerla, mi sono detto la cercherò su internet.

Al momento della ricerca con mio grande stupore mi sono reso conto che la notizia era riportata solamente in alcuni siti italiani, soprattutto di solidarietà agli operatori vigliaccamente aggrediti, mentre parecchi siti francesi e svizzeri riportano la notizia.

Pare che tutto sia accaduto nella notte del 4 marzo 2016

Il quotidiano CronacaQui riporta

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Le palazzine olimpiche ex Moi sono occupate pare da circa 800 clandestini di diverse etnie, pare che una decina di africani abbiano assaltato e danneggiato l’ambulanza, chiamata con la scusa di un finto malore.

«La notte scorsa un nostro mezzo – spiegano in direzione – è stato circondato da sette persone, altre quattro sono salite a bordo e lo hanno danneggiato. A tutela della loro incolumità i due componenti dell’equipaggio si sono allontanati e hanno chiamato il 113».

All’arrivo della polizia, però, gli aggressori si erano già allontanati.

Pare che l’ambulanza sia stata ridotta così

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Sembra che ex Moi sia diventata terra di nessuno, stupri ai danni di ragazzine disabili, accoltellamenti, spaccio di droga ed altri reati, dopo i fatti più gravi stazionano mezzi della Polizia e dell’Esercito

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Veniamo ora a quanto pubblicato dai giornali esteri, che lascio in lingua originale

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Italie 05 mars 2016 09:43; Act: 05.03.2016 12:10

Ils appellent l'ambulance mais c'était un gros piège

Un groupe de requérants d'asile a tendu une terrible embuscade à des secouristes à Turin en Italie. Une ambulance a été détruite.

Une faute?

Des clandestins africains ont tendu un piège à des secouristes turinois dans la nuit de vendredi à samedi. Une dizaine d'individus ont appelé une ambulance, prétextant la perte de connaissance d'un homme dans un centre qui compte une centaine de requérants.

A leur arrivée, les secouristes ont été très vite pris d'assaut par sept individus dont certains étaient vraisemblablement en état d'ivresse. «Quatre autres sont montés dans l'ambulance et ont commencé à casser tout ce qu'ils ont trouvé, explique un porte-parole dans la presse italienne. Tout a été détruit.»

Apeurés, les deux ambulanciers sont partis se réfugier quelque part et ont appelé les forces de l'ordre. A leur arrivée, les carabiniers n'ont pu que constater les dégâts, étant donné que les agresseurs s'étaient enfuis.

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Italie: Les réfugiés tendent une embuscade et attaquent une ambulance

Article publié le 05.03.2016

Des clandestins africains ont tendu un piège à des secouristes turinois dans la nuit de

vendredi à samedi. Une dizaine d'individus ont appelé une ambulance, prétextant la perte de connaissance d'un homme dans un centre qui compte une centaine de requérants.

A leur arrivée, les secouristes ont été très vite pris d'assaut par sept individus dont certains

étaient vraisemblablement en état d'ivresse. «Quatre autres sont montés dans l'ambulance et ont commencé à casser tout ce qu'ils ont trouvé, explique un porte-parole dans les colonnes de 'La Cronaca'. Tout a été détruit.»

Apeurés, les deux ambulanciers sont partis se réfugier quelque part et ont appelé les forces de l'ordre. A leur arrivée, les carabiniers n'ont pu que constater les dégâts, étant donné que les agresseurs s'étaient enfuis

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Ils appellent l'ambulance mais c'était un gros piège

Un groupe de requérants d'asile a tendu une terrible embuscade à des secouristes à Turin en Italie. Une ambulance a été détruite.

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Par CHANTOU COCCINELLE dans ISLAM le 5 Mars 2016 à 14:30

Un groupe de requérants d'asile a tendu une terrible embuscade à des secouristes à Turin en Italie. Une ambulance a été détruite.

Des clandestins africains ont tendu un piège à des secouristes turinois dans la nuit de vendredi à samedi. Une dizaine d'individus ont appelé une ambulance, prétextant la perte de connaissance d'un homme dans un centre qui compte une centaine de requérants.

A leur arrivée, les secouristes ont été très vite pris d'assaut par sept individus dont certains étaient vraisemblablement en état d'ivresse. «Quatre autres sont montés dans l'ambulance et ont commencé à casser tout ce qu'ils ont trouvé, explique un porte-parole dans la presse italienne. Tout a été détruit

Apeurés, les deux ambulanciers sont partis se réfugier quelque part et ont appelé les forces de l'ordre. A leur arrivée, les carabiniers n'ont pu que constater les dégâts, étant donné que les agresseurs s'étaient enfuis.

Les Commentaires

Et c'est ce genre de sauvages que l'on veut accueillir en France !!!

Il faut vraiment être stupides pour détruire une ambulance !

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Inoltre su parecchi profile Facebook francesi la notizia viene ripresa, di seguito solo uno ad esempio

5 marzo alle ore 3:47 ·

"Des clandestins africains ont tendu un piège à des secouristes turinois dans la nuit de vendredi à samedi. Une dizaine d'individus ont appelé une ambulance, prétextant la perte de connaissance d'un homme dans un centre qui compte une centaine de requérants.

A leur arrivée, les secouristes ont été très vite pris d'assaut par sept individus dont certains étaient vraisemblablement en état d'ivresse. «Quatre autres sont montés dans l'ambulance et ont commencé à casser tout ce qu'ils ont trouvé, explique un porte-parole dans la presse italienne. Tout a été détruit.»"

Non si capisce bene il perché la notizia è stata riportata soprattutto all’estero e pochissimo in Italia.

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Segui Babbo Natale - il 24/12/2015 00:00 con Webmaster

Anche quest'anno North American Aerospace Defense Command (NORAD) seguirà Babbo Natale  
Si può seguire su sito

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Clicca sull'immagine verrà aperta una nuova scheda sul sito della Norad


Olio di Palma è Nocivo alla Salute ? - il 29/05/2015 00:00 con Webmaster

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Ultimamente si fa un gran parlare dell’Olio di Palma se nuoce alla saluto oppure no.

In modo particolare a partire da dicembre 2014 sulle etichette dei prodotti, in virtù del regolamento UE 1169/2011  scompare la dicitura generica di "oli vegetali" sostituito dal nome preciso dell’olio utilizzato, colza, soia, palma, arachide ecc., veniamo quindi a scoprire che l’Olio di Palma viene utilizzato in moltissimi prodotti alimentari.

Analizziamo dunque la filiera di questo prodotto.

La palma per la produzione di Olio cresce in paesi tropicali, la superficie dedicata alle palme da Olio in poco tempo si è espansa notevolmente a discapito delle foreste tropicali.

Indonesia (Sumatra) e Malesia, sono i due stati che, insieme, producono il 87% dell’olio di palma attualmente in commercio, le foreste tropicali sono state distrutte per far posto a monocolture intensive di Olio.

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Altri paesi produttori di Olio di Palma sono: Indonesia, Malesia, Papua Nuova Guinea, Cambogia, Camerun, Costa d’Avorio, Filippine, Tailandia, Uganda,  Brasile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Gabon,Guatemala, Honduras,  Messico, Nicaragua e Peru`. In questi paesi vengono sostituite piantagioni di palma da olio convertendo aree ecologicamente importanti come foreste tropicali o zone di foresta pluviale ed anche aree precedentemente adibite a produzione alimentare tradizionale.

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La storia

Nei paesi dell'Africa occidentale l’olio di palma è sempre stato usato come olio alimentare.

I mercanti europei nella rivoluzione industriale, in particolare mercanti britannici, lo importarono in per l’uso come lubrificante per le macchine e come materia prima per prodotti a base di sapone come il Sunlight della Lever Brothers (a partire dal 1884) e il sapone statunitense Palmolive.

Nel 1848 gli olandesi introdussero nell'isola di Giava la palma da olio e nel 1910 in Malesia dallo scozzese William Sime e dal banchiere inglese Henry Darby.

Le prime piantagioni furono fondate e gestite soprattutto da britannici come Sime Darby.

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A partire dagli anni sessanta il governo promosse un grande piano di coltivazione della palma da olio con lo scopo di combattere la povertà. A ciascun colono venivano assegnati circa 4 ettari di terra da coltivare con palma da olio o gomma, e 20 anni per ripagare il debito.

Le grandi società di coltivazione rimasero quotate nella Borsa di Londra finché il governo malese non promosse la loro nazionalizzazione negli anni 60 e 70.

In Malesia, paese dove si produce il 39% della produzione mondiale di olio di palma, ha sede uno dei più importanti centri di ricerca sugli olii e grassi di palma al mondo, il Palm Oil Research Institute of Malaysia (Porim), fondato da B.C. Sekhar.

Che tipo di albero palma è quella per la produzione dell’Olio

La palma africana, il cui nome scientifico e` Elaeis guineensis, Elaeis oleifera o Attalea maripa. è una pianta perenne la cui vita produttiva arriva sino a 50 anni. A partire da due anni dalla semina inizia a produrre i suoi frutti, è una pianta tipica della foresta umida tropicale ed i suoi frutti sono di colore rosso. Il rendimento della palma da olio per acro di terra risulta fino a dieci volte superiore a quello della soia, della colza e del girasole. In funzione dell’alto rendimento dell’olio di palma, questo costituisce il 39% della produzione mondiale di olio vegetale.

Nelle piantagioni di Palma da Olio vengono usati pesticidi altamente tossici, come il Paraquat o il Gramoxone, estremamente nocivi per la salute degli esseri umani e l’ambiente. A dimostrazione di cio`basti pensare che la coltivazione della palma si e`rivelata tossica nella maggior parte dei paesi che l’hanno implementata dove si sono riscontrate epidemie e malattie gravi. Chi lavora nelle piantagioni percepisce un salario medio che oscilla dai 5 ai 15 euro al giorno e la maggioranza di questi lavoratori utilizza i pesticidi senza alcuna protezione. Oltre ai problemi ambientali e sanitari si riportano costantemente problemi sociali, conflitti sindacali e soprattutto gravi violazioni dei diritti umani che arrivano anche all’omicidio.

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Come si arriva all’Olio di Palma

Da questi frutti rossi si ricavano, dalla polpa l’olio e dai semi l’olio di palmisto, a temperatura ambiente questi oli sono entrambi solidi o semi solidi, una parte di questi oli vengono poi, con un processo di frazionamento, separati in  componente liquida, da cui si ottiene un olio bifrazionato utilizzato per friggere, e la parte solida.

Questi oli sono composti di acidi grassi, esterificati con glicerolo come ogni normale trigliceride. Entrambi contengono un'alta quantità di acidi grassi saturi, che varia dal 50 all’ 80%.

L'olio di palma dà il nome all'acido palmitico (acido grasso saturo con 16 atomi di carbonio), suo principale componente, ma contiene anche acido oleico monoinsaturo, mentre l'olio di palmisto contiene soprattutto acido laurico. L'olio di palma è una delle principali fonti naturali di tocotrienolo, un membro della famiglia della vitamina E, contiene inoltre quantità elevate di vitamina K e magnesio.

Il napalm prende nome dagli acidi naftenico e palmitico.

Le concentrazioni approssimative dei diversi acidi grassi nell'olio di palma sono le seguenti:

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Gli utilizzi dell’Olio di Palma sono i seguenti :

Alimentari

Impiegato come olio vegetale per prodotti alimentari, anche quelli biologici, arriva sulle nostre tavole come ingrediente onnipresente in biscotti, merendine, crackers, creme spalmabili, oli da cucina, margarina, grassi da pasticceria, dolci, gelati e altri tipi di alimenti. L’industria alimentare lo trasforma sbiancandolo, raffinandolo e frazionandolo. Nei supermercati e nelle cucine arriva un grasso saturo (dal 50 all’80%) e insapore pronto a compromettere la nostra salute aumentando il colesterolo e danneggiando le arterie coronarie. C’è olio di palma in tutte le bottiglie rosse di olio per friggere, in quanto l’olio di palma bifrazionato è ideale per fritture di alta qualità, resiste alle alte temperature e permette di ottenere fritti leggeri, croccanti e senza odori sgradevoli.

Nella “croissanteria” e nelle margarine, nel Kitkat e nelle Pringles. Usano olio di palma la maggior parte delle friggitorie che vendono patatine e fritti vari e tutta la panificazione pronta, quella da scaldare, tipica dei bar.

Cosmesi e Igiene personale e della casa

materia prima importante di molti saponi, polveri detergenti e prodotti per la cura della persona, per questi utilizzi vengono spesso usati i saponi di sodio o potassio e gli esteri semplici dei suoi acidi grassi come il palmitato di isopropile

Biocarburante biofuels e Biocombustibile

Utilizzato come carburante nei motori diesel e come combustibile di fonte agroenergetica nelle centrali a biomasse.

Altri usi

alimenti per animali

Perché viene utilizzato l’Olio di Palma

L’olio di palma è uno dei principali oli vegetali utilizzati dall’industria alimentare poiché possiede delle specifiche proprietà funzionali che lo rendono un ingrediente importante nell’ industria alimentare, le sue proprietà uniche contribuiscono al gusto, all’ aspetto, alla stabilità termica, alla resistenza all’ossidazione, alla consistenza e alla morbidezza ed al tempo di conservazione di molti prodotti. L'olio di palma viene utilizzato poiché ha un sapore neutro e per il suo elevato tenore di acidi grassi saturi (caratteristica che ha in comune con altri prodotti alimentari come il burro), che gli consente di non irrancidire. Grazie alle sue proprietà fisiche (durezza, consistenza e plasticità), conferisce ad un ampia gamma di alimenti una consistenza molto apprezzata (cremosità o

croccantezza a seconda dei casi). Per taluni prodotti non esiste ancora un'alternativa vegetale a quest’olio senza che ne risultino profondamente modificate le caratteristiche dell’alimento.

Inoltre, non meno importante per l’industria alimentare, il suo basso costo in rapporto ad altri oli.

E’ sostenibile la produzione di Olio di Palma Biologico ?

La certificazione dell’Olio di Palma sostenibile RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil ossia Tavola rotonda per un olio di palma sostenibile) è un marchio che attesta che l’olio di palma è stato prodotto senza danno eccessivo per l’ambiente o la società e ne assicura la tracciabilità attraverso la catena di distribuzione. I coltivatori devono rispettare i principi e i criteri stabiliti dal RSPO che riguardano sia i diritti dei precedenti proprietari terrieri, le comunità locali, i lavoratori e piccoli agricoltori, sia la garanzia che nessuna nuova foresta primaria o area ad alto valore di conservazione sia stata eliminata per far posto alla produzione di olio di palma.

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Peccato che a far parte di questo organismo di autocertificazione siano 219 membri, di cui i principali sono Cargill, Adm-Kuok-Wilmar e Synergy Drive sono i maggiori produttori di Olio di Palma e i maggiori utilizzatori Unilever, Nestlé, Kraft e Procter&Gamble, IKEA, Tesco, Findus, L’Oréal o Body Shop e per l’Italia sono presenti Ferrero e Unirà.

In poche parole chi certifica è colui che dovrebbe essere controllato. In pratica, le multinazionali del settore hanno creato un organo da loro gestito attraverso il quale fanno apparire sostenibile ciò che invece sta causando la scomparsa delle aree tropicali del Pianeta.

Quindi la coltivazione di palme da olio è ben poco sostenibile anche a causa dell'impiego di diserbanti nocivi vietati in Europa, prodotti che fanno capo alla società Syngenta, anch'essa membro della tavola rotonda RSPO. Senza dimenticare la bomba ecologica dovuta alle emissioni di carbonio legato proprio alla deforestazione e alla distruzione delle foreste.

Perché Olio di Palma Nuoce Gravemente all'Ambiente

L'olio di palma fa male non solo all'uomo, ma anche al nostro pianeta infatti da 15 anni a questa parte, all'espansione a livello industriale delle piantagioni di palma, avviene a danno delle foreste tropicali e torbiere tropicali con la deforestazione e la distruzione della biodiversità. In Indonesia infatti queste foreste crescono su uno strato di torba. Per poter impiantare la coltivazione, si taglia a raso la foresta, con il primo effetto di privare il pianeta di un polmone verde. Poi la torba viene prima drenata dall'acqua e poi incendiata. In quel momento è come se venisse accesa una bomba climatica che, oltre a privare dell'ossigeno la Terra, immette nell'atmosfera una quantità spaventosa di anidride carbonica. Per questo motivo l'Indonesia è il terzo paese al mondo per emissioni di Co2 dopo Cina e USA. Quindi si danneggia il clima, ma anche la biodiversità del territorio. Gli abitanti di Kuala Lumpur e di Singapore, lo scorso anno, durante la stagione secca sono rimasti avvolti per giorni in una impressionante cappa di fumo causata dagli incendi appiccati nella vicina isola di Sumatra per deforestare selvaggiamente e avviare nuove piantagioni, la vendita del legno pregiato della foresta, da dei ricavi che ammortizza circa il 50% delle spese per l'impianto della nuova piantagione.

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In Indonesia e Malesia vivono alcune specie animali già a rischio, che l'espansione delle piantagioni di palma sta contribuendo a decimare. Queste sono orango tango del Borneo e di Sumatra, la tigre di Sumatra e il rinoceronte di Giava e gli elefanti del Borneo.

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A questi animali viene sottratto il proprio habitat e se si inoltrano nelle piantagioni, i coltivatori, scacciano gli animali o li catturano, spesso picchiati a morte e i loro corpi vengono esposti nei campi per spaventare gli altri esemplari.

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L’ Olio di Palma nuoce alla salute.

L’Olio di Palma è composto al 49,3% da grassi saturi, consumarlo equivale ad alimentarsi di burro, lardo o strutto, anzi, alcuni studi dichiarano che l' Olio di Palma sia addirittura più dannoso dei principali grassi animali, aumenta il tasso di colesterolo cattivo (LDL) nel sangue e, come conseguenza, espone ad un maggiore rischio di contrarre malattie cardiache.

Bisogna dire che un olio non è dannoso in sé, ma è una questione di quantità. Se consumato in modo eccessivo, gli acidi grassi saturi favoriscono l’insorgere di malattie cardiovascolari

La differenza tra l' Olio di Palma ed il Burro sta nel fatto che sebbene entrambi contengano una grande quantità di acidi grassi saturi, il Burro rispetto all’olio di palma raffinato contiene omega 3 e vitamine A e D.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ci sarebbero prove convincenti che il consumo di olio palmitico contribuisce a un maggiore rischio di malattie cardiovascolari.

Un ulteriore conferma arriva da uno studio italiano effettuato dalle Università di Bari, Padova e Pisa, in collaborazione con la Società Italiana di Diabetologia che dice “ l’olio di palma è in grado di distruggere le cellule del pancreas che producono l’insulina,  di conseguenza provoca danni irreversibili, tra questi il diabete mellito. Oltre ai già dimostrati danni a carico del sistema cardiovascolare.

Non è infatti poi cosi difficile ingerire, anche senza saperlo, grandi quantità di questo grasso saturo l’olio di palma è infatti contenuto in molti prodotti della prima colazione, biscotti (anche quelli della prima infanzia) e merendine.

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Rifugio Italia - Si Ricostruisce - il 22/04/2015 10:00 con Webmaster

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Dopo le tragiche notizie dei giorni precedenti, che hanno indignato una grossa parte di persone in Italia, anche in Ucraina, esitono persone buone amanti degli animali.

Andrea fa la seguente dichiarazione sul profilo Facebook di Rifugio Italia Ukraine :

" Le nostre vittime hanno unito ucraini e ucraini dell 'Est

Vedere la partecipazione al nostro dolore di tantissimi ucraini ci emoziona , riceviamo telefonate e aiuti da tutta l'Ucraina perfino dalle zone dell'Est Ucraina , i nostri poveri animali per una volta hanno riunito ucraini e ucraini dell'Est , e' una cosa emozionante .
Tutti i giorni arrivano ucraini ad aiutarci e i weekend li vogliono passare da noi per ricostruire , credo che questa disgrazia sia diventata un fatto nazionale dopo quello della guerra , credo che qualcosa cambiera' , almeno lo spero .
Sono orgoglioso di essere italiano , sono orgoglioso di essere cosi' amato nel mio paese e ringrazio veramente tutti di Cuore a nome mio , di Vlada e dei nostri ragazzi che sono al Rifugio e stanno ricominciando tutto con noi , ringrazio i sopravvissuti che ci stanno dando la forza di ricominciare con il loro affetto e soprattutto ringrazio i vari Boris , Sara , MIska , Putin , Europa , Jack , Xenia e tutti gli altri che non ci sono piu' per quello che ci hanno dato in questo anno , ogni loro sguardo , ogni loro scodinzolio mi ha fatto diventare sempre piu' forte .
In questi 4 anni sono caduto diverse volte ma mi sono sempre rialzato , ho contrastato e continuo a contrastare i dog hunters e italiani che mi hanno e che mi infangano senza capire che c'e' una parola che si chiama RISPETTO e il rispetto lo si vede in queste tragedie dove vanno in fumo non solo vite ma anche soldi investiti e sudore , ma non importa , non sono loro che contano , contano gli amici che ci hanno supportato e creduto sempre nel mio progetto qui in Ucraina .
Credo in questo momento di sentirmi ancora piu' orgoglioso di avere vinto un Premio Nazionale dedicato a Paolo Borsellino , un uomo che ha lottato contro la delinquenza e la cattiveria umana e ringrazio quelli che mi hanno voluto premiare perche' dandomi il premio sono andati oltre e non si sono solamente fermati ad ascoltare le cattiverie gratuite contro me ma hanno capito che c'era un uomo solo che lottava per degli animali sporchi , in pericolo e dimenticati da tanti , troppi , che ora guarda caso tornano non per costruire qualcosa per loro ma per distruggere il lavoro di persone che da 4 anni cercano con cio' che hanno di salvare vite .
Spero di riuscire a rispondere a tutti presto , sara' difficile , qui abbiamo tante cose da fare e un progetto da ricostruire , ma so che mi capite .
Vi abbraccio tutti insieme ai ragazzi e ai nostri randagi sopravvissuti a questa tragedia ."

La moglie di Andrea, Vlada fa presente che questo fine settimana al Rifugio sono venuti molti ragazzi ucraini disposti ad aiutare. Un po' di lavoro fisico ed hanno anche portato una carriola nuova, rastrelli, pale, guanti. Stanno costruendo una recinzione temporanea per accogliere gli animali.

Sotto qualche fotografia dei ragazzi venuti ad aiutare portando carriola, badili e rastrelli.

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Inoltre un falegname vicino al Rifugio è venuto a donare delle cucce e del legname

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Come si dice "non tutto il male viene per nuocere", la tragedia di Rifugio Italia ha fatto da cassa di risonanza ed ora moltissimi sono le persone disposte ad aiutare, dando cosi la possibilità di una ricostruire migliorando la struttura.

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Arrestato Piromane - il 15/04/2015 00:00 con Webmaster

Sembra sia stato arrestato il piromane autore del rogo di "Rifugio Italia"

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Oggi rimbalza su numerosi siti la notizia, tutta da verificare, secondo la quale è stato arrestato dal capo delle milizie di Kiev, Trojan Vadim, l'autore del rogo al canile "Rifugio Italia" di Kiev, costato la vita a 76 cani.

Purtroppo la notizia non sembra vera, vi è in corso su di questa persona un indagine criminale, ma nessun arresto.

Sembra quindi confermata così l'origine dolosa del rogo. L'uomo pare abbia affermato che non era sua intenzione uccidere gli animali, sperava che i cani venissero liberati prima che perdessero la vita.
Il contadino sembra Volesse impossessarsi delle terre del canile, e sperava bruciando tutto che il canile venisse abbandonato per poter entrare in possesso dell'appezzamento di terra.

Una grossa ondata mediatica di sdegno, era già avvenuta alla notizia dell'incendio e sembra aumentare alla notizia dell'origine dolosa per il rogo ed alla scoperta del piromane, accompagnata anche da richieste di giustizia sommaria nei confronti della scellerata persona.

La Lega Nazionale per la Difesa del Cane -LNDC- aveva scritto, attraverso il presidente Piera Rosati, all'Ambasciatore Ucraino Perelygin chiedendo aiuto per Andrea Cisternino e la sua opera di salvataggio degli animali, richiedendo un'intervento rapido di giustizia e l'individuazione dei responsabili dell'accaduto.

La solidarietà internazionale e l'interesse dei media pare stia dando i suoi frutti, con l'arresto del piromane dopo che anche molti ukraini erano rimasti colpiti dall'incendio.

Su internet e Facebook si susseguono appelli ed iniziative per aiutare Andrea Cisternino, nella ricostruzione di "Rifugio Italia".


Rifugio Italia News - il 14/04/2015 00:00 con Webmaster

Dopo la Brutta notizia di Ieri

Andrea fa presente che :

I dog hunters si dissociano dall'incendio

In Ucraina e' scoppiato un caso , moltissimi ucraini ci inviano fondi per ricostruire , i dog hunters dicono nel loro sito : noi non uccidiamo cani nei canili ma solo per strada .
Alexey Sviatagor leader dei dog hunters ucraini scrive : noi non uccidiamo i cani nei canili e' una manovra
di Cisternino per fare soldi .
Forse dopo questo casino anche i dog hunters iniziano a preoccuparsi ???

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"Purtroppo i sospetti sono verita' , usate bombe molotov , pista dog hunters

Oggi altra giornata dura , sono arrivate molte tv ucraine e domattina abbiamo una diretta tv alle 7 dal Rifugio , poi sono arrivati : il sindaco del paese , un deputato e un incaricato del comune di Kiev e Yana Renk nostra grande amica animalista ucraina .
Stamattina la nostra amica Polina di Etn/Paws ci ha portato 25 sacchi di crocche e ciotole nuove , le nostre tutte bruciate .
Purtroppo sta venendo fuori la dinamica dell'incendio , e' stato un attentato con Molotov e probabilmente compiuto dai dog hunters , il tutto e' durato 6 minuti , ce lo hanno detto dei guardacaccia che appena visto l'incendio sono corsi al Rifugio e si sono buttati tra le fiamme per salvare dei nostri cani e hanno tolto dalla cucina la bombola del gas , mi hanno detto che hanno fattouscire dei cani , ma gli altri scappavano dentro i box di altri e non hanno potuto fare piu' nulla , li ringrazio di Cuore .
Stanno donando tanti ucraini sconvolti da questa tragedia .
Ho iniziato oggi a scavare dentro al Rifugio una fossa per mettere a riposare i corpi straziati dei nostri 75 amori randagi , poi metteremo una lapide per ricordare il loro sacrificio .
Siamo molto stanchi , molto , i ragazzi del Rifugio hanno una forza bestiale , piangendo stanno iniziando a lavorare per ricostruire , voglio molto bene a queste persone

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NELLA FOTO : ecco come siamo , accampati con i sopravvissuti , a 10 metri a destra il disastro .

Chi volesse fare delle donazioni segue puo farlo come sottoindicato :

Il versamento potrà essere effettuato tramite Bonifico Bancario

Banca Monte dei Paschi di Siena
Conto intestato a: Andrea Cisternino
Cod. IBAN : IT 02 O 01030 01661 000001396774
Cod. BIC/SWIFT : PASCITM1645
Causale: DONAZIONE BENEFICA I.A.P.L. ONLUS UKRAINA

Attenzione: se fate copia e incolla del codice IBAN controllate che ci siano tutti i numeri.

Link a http://www.iaplonlus.org/donazioni/

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Bruciato Rifugio Italia - il 13/04/2015 00:00 con Webmaster

Hanno Bruciato "Rifugio Italia", purtroppo la bestialità umana non ha limiti.

Avevamo già parlato di “Rifugio Italia” nelle notizie di febbraio 2014 e di Andrea Cisternino nel’agosto del 2013.

Ricordo brevemente che Andrea Cisternino è un fotoreporter, che ha dedicato con la moglie Vlada, tempo, investimenti personali ed energie per salvare i randagi in Ucraina.

Si inizia a conoscere l’attività di Andrea in occasione degli Europei di calcio  del 2012, quando il governo Ucraino dà il via alla strage dei cani randagi nelle città che avrebbero ospitato le partite di calcio. Molti di questi animali vengono uccisi nelle maniere più crudeli e sbrigative. I dog hunters (uccisori di cani) non hanno pietà, il loro compito è uccidere, eliminare. L’obiettivo è liberarsi degli scomodi cani senza dimora che sporcano, secondo loro. le strade della città ospitanti le partite. Andrea Costernino documenta con fotografie le stragi perpetuate, riesce a strappare a morte certa gli animali che incontra e trova ancora vivi, nonostante venga minacciato di morte dai dog hunters ucraini.

Nel suo libro “Randagi, storie di uomini e di animali” racconta la sua esperienza in Ucraina a Kiev, le sue fotografie non lasciano spazio a parole.

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Il suo sogno, che è diventato anche quello di molti suoi sostenitori, è la costruzione di un canile modello in cui portare i randagi e difenderli dai pericoli. Molti dei volontari di strada ucraini sono con lui per difendere quelli che considerano i loro animali dalle spregevoli e crudeli azioni dei dog hunter.

La costruzione di “Rifugio Italia”, a Kiev in Ucraina avviene grazie all’impegno di Andrea e di moltissime donazioni fatte.

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Andrea con la mogle Vlada crea anche la Fondazione International Animal Protection League Onlus, che  ha sede a Kiev in Ucraina, il cui scopo e’ quello di salvare animali in Ucraina e nel Mondo .

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Qualcuno, probabilmente dei dog hunter, ha dato fuoco a Rifugio, dalle prime notizie sembra che almeno 75 cani sono morti bruciati vivi. Questa notizia non avremmo mai voluto darla.

Appresa con sgomento questa notizia solo poche ore fa ho voluto scrivere questo articolo, vista la gravità do quanto accaduto, questi cani e gatti riparati a “Rifugio Italia” non davano fastidio a nessuno.

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Al momento attuale non si hanno ancora notizie precise di quanti animali siano riusciti a salvarsi, sembra che i maledetti abbiano versato del liquido infiammabile attorno al perimetro di Rifugio Italia per poter appiccare l’incendio ed ardere vive le povere bestiole che Andrea ed i volontari di strada avevano salvato dai dog hunter.

Purtroppo dopo l’iniziale clamore mediatico all'epoca di Euro2012, le grandi associazioni, le testate giornalistiche e le agenzie di stampa hanno abbandonato queste notizie. Andrea e il suo “Rifugio Italia” viene seguito e supportato solo dall’impegno e la costanza di semplici cittadini, qualche blog e qualche piccola organizzazione animalista.

Spero che siano molti a dare il loro appoggio ad Andrea, che ho contattato, ma come ben potete immaginare si sentirà stanco e distrutto. Appena sarà possibile inserirò il link per poter fare delle donazioni e contribuire alla ricostruzione di “Rifugio Italia”

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Pagina Facebook "Io Non posso parlare sei tu la mia voce"

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Verrà il giorno in cui l'uccisione di un Animale sarà considerata alla stessa stregua dell'uccisione di un Uomo"
Leonardo Da Vinci