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    Notizie

    La visita di Papa Francesco in Egitto mi ha fatto ricordare un Viaggio fatto nel passato in questo paese.
    Con questo articolo desidero dare una descrizione dei luoghi visitati sperando di aiutare chi voglia intraprendere questa avventura, visitando la terra che ha una storia lunghissima, risalente ad oltre 3 millenni prima di Cristo.

    Avevamo scelto il Viaggio con la formula, otto giorni e sette notti, composto dalla Crociera di quattro notti da Luxor ad Aswan ed il soggiorno di tre notti in Hotel al Cairo.

    001.jpg(Italia Luxor)

    Partiti da Milano Malpensa con volo speciale Alpitour per Luxor dell’Euro Fly, sorvoliamo l'Italia, la Sicilia e le isole Greche, entriamo in Egitto sorvolando il deserto e poi il Nilo.
    Arriviamo a Luxor nel tardo pomeriggio e siamo accolti all'aeroporto da un simpatico Assistente Locale dell'Alpitour che ci aiuta ad espletare le pratiche doganali, bellissimo il timbro sul passaporto, veniamo quindi indirizzati al Pullman, dove troviamo dei ragazzi che ci chiedono la mancia per caricare le valigie sul Bus.
    Dopo un breve tragitto il Pullman raggiunge l'imbarcadero dove ci aspetta la motonave Lady Sohia, veniamo accolti e sistemati nella camera. Dopo la prima cena a bordo, abbiamo un meeting, nella sala conferenze, per incontrare un Egittologo locale che ci spiega, in perfetto italiano, come si svolgerà la crociera ed i siti che visiteremo. Quindi ci rechiamo sul ponte superiore da dove si può ammirare la città di Luxor, che era l’antica capitale egizia Tebe, e l'innumerevole numero di motonavi che vi sono in porto.

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    004.jpg(Luxor - Esna)

    La mattina seguente sveglia all'alba (5,30), ci viene presentata la nostra guida Gabriel, lì per li restiamo un po’ delusi in quanto pensavamo che la guida fosse il simpatico ragazzo che ci aveva accolto all'arrivo, ma poi scopriremo che anche Gabriel è sia molto simpatico, che profondo conoscitore dell'egittologia.
    Si parte dopo aver ammirato le numerose mongolfiere che vi sono in cielo.

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    Prima rapida fermata ai Colossi di Memnon per qualche fotografia, si riparte quindi per la Valle delle Regine.
    Questa Valle era conosciuta come Ta-Set-Neferu che significa "il luogo della bellezza" od anche come "il luogo dei figli del re", in quanto vi si trovano sepolti sia Regine che figli di Re.

    Qui giunti visitiamo la tomba QV55 costruita durante la XX dinastia per Amen Khopsher, figlio maggiore di Ramses III, principe ereditario, scriba reale, che è morto all'età di 15 anni, questa tomba è stata scoperta e studiata nel 1904 da una spedizione archeologica italiana guidata da Ernesto Schiapparelli, nella tomba vi è un sarcofago di granito ed una piccola scatola rosa contenente un feto avvolto in bende, probabilmente un altro figlio di Ramses III.

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    Nella stessa valle vi è anche la tomba di Nefertari, Gabriel ci spiega che purtroppo non è visibile in quanto l’accesso a questa tomba viene effettuato solo qualche volta e solamente per un numero limitato di visitatori onde evitare il deterioramento ai decori, a causa della fragilità degli stessi.
    Proseguiamo quindi per Deir el Bahari al Tempio di Hatshepsut, veniamo imbarcati su una specie di trenino a ruote che ci porta sino alla spianata del Tempio funerario della regina Hatshepsut figlia di Tutmosis I, costruito dall’architetto Senemut. La costruzione, è incastonata in un costone roccioso, una serie di rampe conduce a tre livelli sovrapposti, vi sono numerose statue e molti affreschi, vicino al Tempio su di un costone roccioso è stata ritrovata la tomba dell'architetto Senemut, che anche dopo la morte ha voluto essere vicino alla sua amata.

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    Numerosi falchi sorvolano il tempio provenendo dal costone roccioso.

    Si prosegue quindi per la Valle dei Re,
    La valle, il cui nome originale era, in lingua egizia, Ta-sekhet-ma'at ("il Grande Campo".)
    Il nome della necropoli, in caratteri geroglifici, era il seguente
    :

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    La Valle che si trova sulla sponda ovest del NILO dove tramonta il sole, che per gli antichi egizi era dove finisce la vita, prima di scendere dal Pullman il bravo Gabriel ci consiglia di lasciare le videocamere nel Pullman in quanto sono vietate le riprese video, anche qui un trenino a ruote ci porta sino all'entrata dopodiché visitiamo la tomba di Ramesse III e di Seti II, evitiamo quella di Tutankhamon vista la marea di gente che ci va .

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    La visita alle Valli delle Regine e dei Re e è uno dei momenti più emozionanti del viaggio in Egitto, anche se purtroppo i tesori che vi erano all’interno delle tombe non sono più lì ma sono esposti nei Musei.
    Rientriamo a Luxor, che si trova sulla riva est ovvero dalla parte dove sorge il sole e quindi dove inizia la vita, per visitare i templi di Luxor e Karnak
    .

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    Il Tempio di Luxor iniziato da Amenophis III, dedicato al dio Sole Amon-Ra, alla sposa Mut e al loro figlio, la divinità lunare Khonsu, poi continuato da Tutankhamon e abbellito da Ramsete II .

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    Saliamo quindi in Pullman e proseguiamo per il Tempio di Karnak, dedicato al dio Amon, grande complesso, che i faraoni man mano che si susseguivano lo ingrandivano e lo trasformavano, vi sono, infatti, tutta una serie di templi, statue, sale e pareti decorate magistralmente. Il suo massimo splendore viene raggiunto tra la XVIII e la XX dinastia .

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    Vicino al lago vi è una statua di uno scarabeo, l'usanza vuole che porti fortuna a chi vi farà tre 3 giri intorno. Ritornando alla Motonave, chiedo a Gabriel il perché della levataccia, mi spiega che se fossimo partiti più tardi la temperatura soprattutto nelle Valli delle Regine e dei Re sarebbe stata insopportabile, ripartiamo navigando alla volta di Esna per il passaggio della chiusa.
    La navigazione prosegue per alcune ore, il paesaggio è stupendo, dal ponte osservo il lento scorrere delle acque, con piccole imbarcazioni a remi che gettano le reti da pesca, altre che attraversano il fiume, alcuni bambini si tuffano allegramente nell’acqua girandosi solo per salutare con le mani il passaggio delle Motonavi
    .

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    Arriviamo alle chiuse che è quasi buio, ci vuole un po’ di tempo per superarle in quanto passano solamente due navi per volta, nell'attesa la Motonave viene circondata da numerose piccole barche a remi con dei venditori ambulanti che cercano di vendere tovaglie, lenzuola o vestiti tradizionali, a chi è interessato vengono lanciati fino al ponte superiore e chi acquista rilancia il denaro nello stesso modo sulle barche, qualcosa finisce in acqua ma viene prontamente recuperato.

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    E' ormai sera quando riusciamo ad entrare nello stretto passaggio, chiuse le porte posteriori questo viene rapidamente allagato sollevando la Motonave e permettendogli così di superare la chiusa .

    034.jpg( Esna -Edfu - Kom Ombo )

    Arriviamo ad Edfu, detta anticamente Iunyn o Ta-Sened ed in epoca tolemaica Latopolis Magna, con delle carrozzelle veniamo portati dall'imbarcadero al Tempio di Edfu dedicato a Khnum, considera protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni, raffigurato come un uomo con la testa di ariete, a volte sormontata da una croce, mentre tiene in mano l'Ankh .

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      Il viaggio prosegue e durante la navigazione ci viene proposta la visita alla cabina di comando della motonave, qui scopriamo che il comandante, come tutti i comandanti delle motonavi che fanno la crociera sul Nilo proviene da un piccolo paese nei pressi di Luxor, non ha una divisa da comandante ma veste semplicemente una galabia tradizionale. La motonave viene pilotata con un piccolo joystick molto sensibile e benché il pilotaggio sembri facile non lo è affatto in quanto il Nilo a una profondità media di soli 3 metri e durante il suo corso vi sono numerosi banchi di sabbia e secche, il pilota li conosce perfettamente e ciò evita che la motonave si incagli .

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    Con l'occasione ci vengono comunicati alcuni dati tecnici interessanti sulla motonave Lady Sophia, è dotata di 62 cabine doppie con ampie finestre panoramiche, 6 cabine singole con grandi finestre panoramiche e due suite con balcone, è equipaggiata con tre motori Mercedes da 400 HP ciascuno, dispone di due generatori di corrente che producono 220 Volt, l'equipaggio è composto da circa 70/80 persone. La lunghezza della motonave è di 72,60 metri, la larghezza 14,50 metri, l'altezza di 11,50 metri con un pescaggio di 1,55 metri .

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    Durante la navigazione veniamo sorpassati.
    E'buio quando arriviamo a Kom Ombo dove già dal fiume ammiriamo il tempio di Sobek (dio della fertilità) e Haroeris (dio del sole), la costruzione è di origine greco-romana con grandi colonne
    di notevole bellezza (sala ipostila) che contribuiscono ad accentuare la solennità del luogo, inoltre nella parte del tempio dedicato a Sobek, il dio coccodrillo, vi è una cappella dedicata alla dea Hathor ove vi sono alcuni coccodrilli mummificati .

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    Tornati sulla motonave partecipiamo alla cena in costume tradizionale "Galabya party", vestiti appunto con una tunica lunga tradizionale egiziana che si chiama Galabya. Dopo cena ci viene offerto un cocktail e ci vengono presentati i vari responsabili dei servizi della motonave.
    La motonave riprende la via verso la Nubia alla volta di Assuan, che significa mercato
    .

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    050.jpg( Kom Ombo -Aswan )

    Da Assuan con delle piccole barche a motore veniamo portati al villaggio Nubiano, in navigazione incontriamo dei bambini che con minuscole imbarcazioni a remi si avvicinano e cantano canzoncine italiane, cercano di raggranellare qualche spicciolo, qualcuno dice di essere spagnolo e loro cantano in spagnolo. Costeggiamo l’Isola Elefantina, il Mausoleo dell’Aga Kahn, delle belle ville in stile coloniale, e arriviamo al villaggio nubiano, dove visitiamo la scuola ed una tipica casa nubiana dove ci viene offerto del te e fatti vedere dei piccoli coccodrilli, che a turno qualcuno prende in mano per farsi fotografare .

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    Tornando verso Assuan costeggiamo la riva destra dell'isola Elefantina e passiamo sotto all'Hotel Old Cataract in perfetto stile coloniale, dove vi era anche la residenza del re Faruk e vi visse per qualche tempo anche Agatha Cristie, famoso inoltre perché qui vi furono girate alcune scene del film "Assassinio sul Nilo".

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    Nel pomeriggio veniamo portati con delle barche a motore Tempio di File, che è sull'isola di Agilkia, dove sono i templi stati ricostruiti per preservarli dalle acque del lago Nasser, e poi in pullman sino alla diga di Assuan.

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    061.jpg( Aswan - Abu Simbel - Cairo )

    Si lascia un poco a malincuore la Motonave Lady Sophia per prendere l'aereo che ci porterà ad Assuan e poi al Cairo, siamo un po’ preoccupati pensando che ci faranno volare con dei piccoli aerei, ma per fortuna non è così scopriamo infatti che è lo stesso aereo dell’Euro Fly che ci aveva portati a Luxor, il volo dura meno di un’ora e si arriva ad Abu Simbel, constatiamo con piacere che anche l'equipaggio dell'aereo si cambia e si avvia con noi verso il complesso salvato dalle acque del lago Nasser con un ingegneristico smontaggio e rimontaggio.

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    Il Tempio più grande appare con delle statue colossali di Ramses II, seduto sul trono, con la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto. Al suo interno dispone di una sala ipostila, con le pareti finemente decorate, al fondo Ramses siede fra le statue degli dei, e qui due volte all'anno, il 21 febbraio, il giorno della nascita di Ramses II, ed il 21 ottobre, giorno della sua incoronazione il primo raggio del sole si focalizza sul volto della statua del faraone e illuminano parzialmente anche Amon e Ra, ma non il dio Ptah, dio delle tenebre, che non viene mai illuminato.
    Ad un centinaio di metri dal Tempio di Ramses II si trova il cosiddetto tempio piccolo dedicato alla dea Hathor ed a Nefertari moglie di Ramses II, la facciata è ornata da sei statue che
    raffigurano il faraone, con lato di dimensioni minori i figli, e la regina Nefertari con le figlie.
    Ripartiamo quindi alla volta del Cairo dove veniamo accompagnati all’Hotel Heliopolis, qui la serata è libera e facciamo una passeggiata serale per il Cairo
    .

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    Partenza in Pullman per la piana di Giza di prima mattina, durante il percorso ci accorgiamo che la città del Cairo è piena di miseria, sporcizia e povertà, costeggiamo un fiumiciattolo pieno di rifiuti.

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    Arriviamo a Giza le piramidi sono coperte di una nebbiolina, ci dicono che sparirà è solo perché siamo lì molto presto. Visitiamo il museo della Barca Solare, si trova a sud della Piramide di Cheope, dove è esposta una grande imbarcazione di legno, ritrovata insieme ad altre barche vicino alla piramide di Cheope, che è stata riassemblata ed per essere esposta in questo piccolo museo. Il nome Barca Solare deriva dalla somiglianza con i dipinti trovati in cui il Dio Sole compie il suo viaggio attraverso i cieli. Si presuppone che fu usata per trasportare il corpo di Cheope da Menfi alla tomba di Giza. Col Pullman veniamo quindi accompagnati in una zona panoramica da cui si possono vedere e fotografare le tre grandi piramidi, Cheope Chefren e Micerino.

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      Ritorniamo alle piramidi dove è possibile visitarne una, oggi è il giorno di quella di Chefren, infatti le piramidi sono visitabili a rotazione, nonostante l'enormità della piramide accesso all’interno è stretto e per un tratto bisogna camminare chini, per poi proseguire per un corridoio stretto ed alto per giungere alla camera sepolcrale del faraone dove vi è rimasto solo un sarcofago di granito scuro.
    Usciti la nostra guida ci lascia un po’ di tempo per girare nella piana e scattare qualche foto, ci dirigiamo poi al complesso della Sfinge, vista da vicino è un’emozione, anche se ci si rende conto
    che il tempo, il vento e la sabbia ha fatto il suo lavoro deteriorandone il corpo.

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    Riprendiamo il Pullman e ci dirigiamo a Memphis, la più antica capitale d'Egitto, di cui non rimane molto, i pochi resti dell'antica MEMPHIS sono esposti nel museo dedicato alla città, sull'area dove sorgeva l'antica cinta del tempio di Ptah, all'interno del museo vi è il colosso di Ramesse II, mentre all'aperto vi è un giardino con altre statue tra cui una piccola sfinge di alabastro che reca il cartiglio del faraone Amon-Ofis (Amenhotep) II, e si dice sia raffigurante la regina Hatshepsut, ed statua più piccola di Ramsete II.

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    Al ritorno nel Pullman l'autista offre a tutti dei datteri freschi che a raccolto mentre ci aspettava, chi a paura di prendersi dei disturbi gastrointestinali, la cosi detta "La vendetta del faraone", non li mangia altri li divorano.
    Si prosegue quindi per la necropoli di Saqqara, dove vi è la famosa “Piramide a Gradoni” di re Djoser (III dinastia) ed altre tombe di nobili e dignitari
    .

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    Veniamo quindi condotti a pranzo in un ristorante locale per poi ritornare in Hotel.

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    Visita della Cittadella, situata sulla collina di Heliopolis, la cui attrazione maggiore è la Moschea di Muhammad Ali la più antica del Cairo, detta anche moschea d'alabastro, costruita tra il 1830 e il 1848. Dopo esserci tolti le scarpe per rispetto possiamo entrare a visitare questo luogo di culto, all’interno troviamo una grande cupola finemente decorata, contornata da 4 semicupole, centinaia di lampade di Murano appese che ne illuminano l’interno. Nel cortile vi è un orologio dono a Muhammad Ali da parte di Luigi Filippo di Francia, ricambiato poi con l'obelisco di Luxor che ora è al centro di Place de la Concorde a Parigi, la nostra guida Gabriel ci dice che l'orologio non funziona. All’uscita troviamo un grande cortile che termina con una grande terrazza da cui si può godere di una splendida vista sulla città.

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    Ritornando in Hotel per pranzo attraversiamo la città costeggiando la Città dei Morti, El'Arafa o Al Qarāfa in arabo, che è praticamente un enorme cimitero, circondato da un muro, le tombe più importanti sono le cosiddette dei Tombe dei Califfi o dei Mamelucchi . La guida ci spiega che il cimitero è abitato, infatti la maggior parte delle tombe sono state costruite con tre stanze, destinate ad ospitare le spoglie dei defunti una per i maschi, una per le donne e l'ultima destinata ai visitatori cioè ai parenti che venivano a visitare i loro cari defunti. Proprio in quest'ultima molti poveri sono andati ad abitare o qualcuno, visti i costi delle case, è andato ad abitare nella tomba della loro famiglia. Tuttora alcune cappelle ospitano nuove sepolture e gli abitanti di queste se non sono parenti del defunto si ritirano sino a che la cerimonia non termina.

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    La guida ci informa che questa zona non è molto raccomandabile in quanto qua vive la gente più disperata, ed è quindi pericoloso addentrarvisi.
    Nel pomeriggio si va all’affascinante mercato di Khan el Khalili, strade,stradine e vicoli
    affollatissimi, ricchi di suoni, colori, profumi e sporco, dove si trova di tutto, dai famosi foulard, ai papiri, dall'oggettistica dei souvenir, a oggetti in arte di Madreperla ed anche a falsi. Vi è una fiumana di gente ed alcuni non sembrano molto affidabili, la guida ci aspetta al caffè ma ci ha consigliato di stare attenti ai portafogli ed alle cose di valore e di non inoltrarsi troppo verso l’interno.
    Tornati in Hotel, dopo cena si va alle piramidi per lo spettacolo suggestivo di suoni e luci in cui viene raccontata la storia delle Piramidi e della Sfinge
    .

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    093.jpg( Cairo - Italia)

    Si parte per la visita al Museo del Cairo, qui non si possono fare fotografie, il Museo ospita la collezione di reperti egizi più importante del mondo, venne Fondato nel 1863 da Auguste Mariette, nell'ala dedicata a Tutankhamon, purtroppo, vi è una moltitudine di persone e non si può ammirare i vari reperti esposti con la dovuta calma, nel resto del museo vi sono reperti delle varie dinastie, il nostro fidato Gabriel,che è diventato più un amico che una guida, ci va visitare i reperti più significativi ed importanti, scopriamo così che non basterebbe un giorno intero per visitare tutto il Museo.

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    Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto, c'è chi rientra in Italia e chi prosegue la vacanza per il Mar Rosso Sharm el Sheik, Marsa Alam o Hurghada.

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    Non ho parlato di venditori ambulanti, che cercano di vendere loro vari souvenir, e con cui se interessati bisogna contrattare molto, ma che chi ha fatto la crociera li avrà senza dubbio incontrati .

    Inoltre durante la crociera vi è un cineoperatore ufficiale, che vi seguirà nelle vostre uscite, riprendendo tutti e tutto ed a fine crociera vi offrirà, chiaramente a pagamento, un DVD. Rientrando sulla Motonave troverete delle tovagliette umide, profumate di limone ed un buon the alla menta, inoltre nelle cabine troverete tutti i giorni gli asciugamani con una forma differente coccodrillo, cigno o scimmia dei veri artisti il personale di camera. Inoltre il mangiare e buono ed abbondante sia come cucina tipica che internazionale.

    Che altro dire, questo viaggio è stato uno dei viaggi più belli della mia vita, ci siamo arricchiti da un’esperienza unica e particolarissima, divertiti tantissimo, abbiamo conosciuto ed incontrato persone meravigliose e viste cose bellissime.

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    Una Cestovia che non c'è più - il 20/03/2017 00:00 con Webmaster

    Una Cestovia che non c'è più

    A Torre Pellice negli anni 60 esisteva una cestovia che ormai non esiste più "La Seggiovia del Vandalino".

    Voluta dalla Società Seggiovie Vandalino, diretta dal Generale Stefano Coisson, e di cui facevano parte numerosi valligiani, aveva una doppia funzionalità sia quella turistica, vista la crisi industriale della valle in quei tempi, con la chiusura della stamperia Mazzonis, e sia come mezzo di trasporto locale per l'accesso in quota alle baite ed ai pascoli.

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    La F.lli Marchisio,azienda italiana di costruzioni funiviarie in attività dal 1951 al 1984, ricevette l'incarico di costruire la Cestovia del Monte Vandalino che collegava la località “Rio Cros” alla Sea, località posta sulle pendici del Monte Vandalino con esposizione nord-est, la costruzione avvenne nell'anno 1964.

    L’impianto, il cui progetto definitivo fu redatto dell'Ing.Lello Prudenza è stato realizzato su commissione della Società Seggiovie Vandalino, venne approvato dalla commissione per le Funicolari Aeree e Terrestri in data 20 maggio 1964, la sigla tecnica delle cestovie è MGF (Monocable - Gondola - Fixed).
    La particolarità di questa Cestovia era quella di essere il più lungo impianto di questo tipo costruito dalla F.lli Marchisio, con una lunghezza totale sviluppata di 2.615 metri. Questo fece si che l'impianto determinò un particolare interesse funiviario, tanto da necessitare di opere di ricognizione disposte dalla stessa amministrazione ministeriale centrale, sia per la sua lunghezza che per le sue caratteristiche tecniche.

    Questa Cestovia aveva le seguenti caratteristiche :
    Lunghezza m. 2615
    Dislivello m. 658,52 ( fra la stazione di valle posta a 597 m.s.l.m. e la stazione di monte a 1282 m.s.l.m.)
    Velocità: m/sec 1,65/2
    Portata oraria persone 250/300
    Potenza motrice CV 120
    Diametro fune mm.30

    La fune era portante-traente, aveva un peso complessivo di c.a. 8.630 Kg pari a 3,3 kg/m, ed era costituita da 114 fili con cordatura crociata. Lo scartamento della linea costante, era di 3,25 m.
    La linea era composta da 21 Tralicci, poggiati su plinti in cemento armato, con disegno classico della F.lli Marchisio, prodotti dalle fonderie Ilva.
    Oltre ai tralicci vi erano 5 sostegni di ritenuta e 356 rulli disposti in bilancieri da 4, 6 od 8 rulli.
    L’impianto montava 108 classici “cesti” biposto, di disegno della F.lli Marchisio, del tipo aperto a bacchette, alternando le colorazioni gialla, verde, rossa e blu. I cesti erano distanti tra loro 48 metri e pesavano 60 kg a vuoto, compreso il morsetto. L'altezza massima della cabina aperta, comprensiva di sospensione, era di 304 cm. Nel corso della loro carriera non subirono nessuna modifica se non l'aggiunta del portasci esterno e la sostituzione del morsetto.

    La sua apetura venne Autorizzata il 29 ottobre del 1965, con protocollo 1533, la cestovia era utilizzata sia in estate sia in inverno.

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    Alla cestovia si aggiunse lo skilift "Sciovia Scarussera" che aveva le seguenti caratteristiche:
    Lunghezza m. 349
    Dislivello m. 114
    Velocità: m/sec 2,20
    Portata oraria pers. 320
    Potenza motrice cv 16
    Diametro fune mm 12

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    Pubblicità dell'epoca

    La Stazione a valle era composta da un ampio fabbricato in cemento armato rivestito in pietra e legno, ispirato alle caratteristiche costruzioni alpine, era stata costruita in località “Rio Cros” e costeggiava la strada provinciale che conduce da Torre Pellice all'alta Val Pellice. Essa comprendeva la stazione di rinvio-tenditrice a carro ponte e fossa contrappesi, un servizio di biglietteria e dgli spazi adibiti a magazzino e deposito materiale.
    Inoltre una parte era riservata ad albergo, con 7 camere per il pernottameto (12 posti letto), un Ristorante con 300 coperti, conosciuto ed apprezzato da molti a quei tempi per le specilità quali la Costata Vandalino ai funghie e la torta Vandalino a base di panna e castagne, ed un Bar.

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    La Stazione a monte, architettonicamente simile a quella a valle, era composta dalla sala macchine con motore, relativo volano ed il caratteristico pulpito di comando in uso sulle cestovie e seggiovie F.lli Marchisio di quegli anni. Disponeva inoltre di un ristorantino in stile tipico alpino, di un bar e alcuni spazi adibiti a magazzino. A poca distanza vi era un fabbricato dell'Enel con i trasformatori.

    Poco più in la si trovava una pista di pattinaggio naturale, utilizzata negli anni 70 anche dalla squadra di hockey della "Val Pellice" con leggendarie ascese in quota di arbitri, atleti e tifosi infreddoliti al seguito.

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    Il percorso si dipanava tra borgate alpine, costituite da case in pietra, prati, boschi di castagno e di frassino e faggio alternati a pascoli. La prima parte attraversava la borgata Servera, quindi passava sopra al piccolo torrente Biglione per poi inerpicarsi, raggiungendo la sua pendenza massima del 56,2%, per poi ritornare alla pendenza media del 27,3%.La media delle campate era di circa 98 metri ad esclusione dell'ultima che era di ben 256,47 metri, le altezze erano in media di 20 metri dal suolo salvo nel punto di salita maggiore che era di solo 2 metri dal suolo.

    In un primo momento l'idea era di far partire dalla Sea una altro impianto a fune ( cestovia o seggiovia ) per raggiungere quote più alte del monte Vandalino ed avere la possibilità di creare ulteriori piste da sci invernali, ma ciò non ha mai avuto seguito soprattutto per la mancanz di fondi ed i progetti di ampliamento rimasero nel solo cassetto dei sogni.

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    Tante che in una pubblicità di allora si notava il percorso per arrivare al Monte Vandalino.

    "A" - Sciovia Rocca Scarussera"
    "B"  - Cestovia Rio Cros-Sea di Torre
    "C"  - Ristorantino all'arrivo della cestovia
    "D" -  Percorso per il Monte Vandalino, ipotetica area di ampliamento degli impianti a monte.

    Il 29 luglio 1975 vi fu un incidente mortale, non si capì mai bene ciò che avvenne, a causa di più versioni discordanti tra loro, se furono gli addetti a valle che comunicarono ai colleghi a monte il numero del cesto errato o se i due ragazzi coinvolti fossero saliti abusivamente. Fatto sta che l'impianto venne fermato ed i due ragazzi restarono bloccati per alcune ore dopo di che uno dei ragazzi si arrampico sul cesto e quindi cerco aggrappandosi alla fune di raggiungere il traliccio più vicino, purtroppo scivolò e cadde nel vuoto su alcune rocce sottostanti morendo sul colpo. La ragazza che era con lui si mise ad urlare disperata, un agricoltore senti le sue urla e corse alla stazione per avvertire gli addetti, l'impianto venne fatto ripartire subito e vennero recuperati sia la ragazza che il corpo del ragazzo deceduto.

    Nel 1986 l'impianto venne chiuso, sia per la mancanza di neve alla Sea che per la presenza della strada che raggiungeva la località, inoltre vi erano da fare delle pesanti manutenzioni e la mancanza di fondi fece si che si passo alla chiusura definitiva.

    Oggi, lungo il vecchio percorso si trovano ancora alcuni tralicci parti dell'impianto, la stazione a Valle dopa anni di abbandono e degrado è stata ricostruita diventando un fabbricato ad uso residenziale. Mentre la stazione a monte è stata acquistata da un privato che pare intenderla adibire ad agriturismo.

    Bisogna ricordare che negli anni 60/80 a Torre Pellice vi era un notevole afflusso estivo di "Villeggianti", che usufruivano di Alberghi e Pensioni allora esistenti quali, l'Hotel du Park, la Pensione Malan, il Flipot ed il San Martino, ed inoltre di numerevoli appartamenti privati.

    Oggi a Torre Pellice sono spariti tutti gli Alberghi e Pensioni, Villeggianti non ne arrivano più, ci si domanda che il perchè il Turismo non sia stato sviluppato, non si sia cercato di recuperare la vecchia "Cestovia", che aveva contribuito allo sviluppo del turismo in valle.

    Se siete interessati ulteriormente alla storia di questo Impianto, alcuni siti ne hanno pubblicato degli articoli, cliccando sui link seguenti vi verrà aperta una nuova scheda con tali articoli :

    Funivie.org

    Pralimania.com

    Lost Lift - Sciare nel passato

    Retrofutur

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    Questo articolo è il frutto di ricerche fatte in Internet e ricerche fatte a Torre Pellice, ringrazio tutti coloro che hanno scritto qualche articolo e postato foto, se qualche visitatore ha più notizie mi scriva, sarò ben lieto di integrare l’articolo.

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    E'morto George Michael - il 26/12/2016 10:00 con Webmaster

    George Michael è morto a 53 anni, in Inghilterra, il giorno di Natale.

    Per un atroce scherzo del destino, la sua scomparsa resterà legata proprio a quel giorno di Natale che aveva raccontato da par suo in uno dei suoi più grandi successi. Stavolta è stato davvero il suo "Last Christmas".

    Da ormai da trent’anni in questi giorni di Festa molti ascoltano il suono di una delle più famose canzoni dei "Wham!" si tratta di "Last Christmas”.

    Benche, tutti l'abbiano sempre considerata come una canzone scritta per il Natale, e venga ascoltata nel periodo natalizio, con il Natale non ha molto a che fare. Infatti questa canzone parla di una relazione finita, un amore finito male.

    Le parole  della canzone sono le seguenti :

    Last Christmas I gave you my heart = Lo scorso Natale ti ho dato il mio cuore
    but the very next day you gave it away -- ma proprio il giorno dopo l’hai gettato via
    this year to save me from tears = quest'anno per salvarmi dalle lacrime
    I’ll give it to someone special = Lo darò a una persona speciale

    Last Christmas I gave you my heart = Lo scorso Natale ti ho dato il mio cuore
    but the very next day you gave it away -- ma proprio il giorno dopo l'hai buttato via
    this year to save me from tears = quest'anno per salvarmi dalle lacrime
    I’ll give it to someone special = Lo darò a una persona speciale

    Once bitten and twice shy -- Una volta ci casco ma due no
    I keep my distance -- provo a tenermi a distanza
    but you still catch my eye -- ma tu ancora rapisci il mio sguardo
    tell me baby, do you recognize me? -- dimmi, baby, mi riconosci?
    well, it’s been a year -- beh è passato un anno
    it doesn’t surprise me = non mi sorprende

    (Happy Christmas ! ) I wrapped it up and sent it = (Buon Natale !) avevo preparato e spedito
    with a note saying “I love you” = con un biglietto che dice "ti amo"
    I meant it -- volevo proprio dirti questo
    now I know what a fool I’ve been -- adesso so che stupido sono stato
    but if you kissed me now -- ma se mi baci ora
    I know you’d fool me again -- so che mi inganneresti ancora

    Last Christmas I gave you my heart = Lo scorso Natale ti ho dato il mio cuore
    but the very next day you gave it away -- ma proprio il giorno dopo l’hai gettato via
    this year to save me from tears = quest'anno per salvarmi dalle lacrime
    I’ll give it to someone special -- lo darò a qualcuno di veramente speciale

    A crowded room = Una stanza affollata
    friends with tired eyes = amici con gli occhi stanchi
    I’m hiding from you = Mi sto nascondendo da te
    and your soul of ice = e la tua anima di ghiaccio
    my god I thought you were = mio dio ho pensato che tu fossi
    someone to rely on me? -- di cui potermi fidare ?
    I guess I was a shoulder to cry on -- pensavo di essere per te una spalla su cui poter piangere

    A face on a lover with a fire in his heart -- E invece il tuo amore era per un cuore straniero
    a man under cover but you tore me apart -- un uomo sconosciuto e per lui mi hai messo da parte
    now I’ve found a real love -- ma adesso ho trovato il vero amore
    you’ll never fool me again -- non mi inganni più

    Last Christmas I gave you my heart = Lo scorso Natale ti ho dato il mio cuore
    but the very next day you gave it away -- ma proprio il giorno dopo l’hai gettato via
    this year to save me from tears = quest'anno per salvarmi dalle lacrime
    I’ll give it to someone special -- lo darò a qualcuno di veramente speciale

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    George Michael era una delle icone della musica degli anni 80 ed una delle popstar più popolari del mondo, con uno straordinario successo soprattutto in termini di dischi venduti.
    Si chiamava Georgios Kyriacos Panayiotou, suo padre era greco, sua madre inglese. Aveva iniziato la sua carriera negli anni Ottanta fondando con il suo compagno di scuola Andrew Ridgeley, il duo dei Wham! (col punto esclamativo).
    Ebbero fin da subito un grandissimo successo dovuto a sia alla grande quantità di canzonette leggere e allegre, adeguate alla vivacità degli anni Ottanta, sia ad una mirata promozione della loro immagine presso il pubblico dei giovani del tempo. Dopo i primi successi con “Bad boys” o “Club Tropicana”, gli Wham! fecero un secondo disco di popolarità ancora maggiore, grazie soprattutto a “Careless whispers” ed a “Wake me up before you go-go”. Nel 1984 uscì il grande successo di natale degli Wham! il singolo “Last Christmas”.

    George Michael che aveva 53 anni e' deceduto nella sua casa di Goring, in Inghilterra. Resta un mistero, che avvolge le sue ultime ore in quanto non sono ancora chiare le cause della morte. La pubblicista Cindi Berger ha detto che Michael non era ammalato. Secondo Jackie Lombard, produttrice francese et amica dell’artista, il cantante è morto in modo naturale.  Secondo Jackie Lombard, produttrice francese et amica dell’artista, il cantante sarebbe mancato in modo naturale «Se lui era malato, lo avremmo saputo comunque» ha detto. Per la polizia britannica, è intervenuto ieri dopo una chiamata, ha definito il decesso dichiarando «Decesso inspiegato, ma non è considerato sospetto». L'agente del cantante Michael Lippman ha detto che è «trattato in una insufficienza cardiaca, attacco di cuore», e in un comunicato ha dichiarato:« E'con grande tristezza che confermiamo che nostro figlio, fratello e amico George è morto pacificamente nella sua casa a Natale». La famiglia ha annunciato in un comunicato «La famiglia ha chiesto che la sua privacy sia rispettata in questo momento difficile e cercando. Non ci saranno ulteriori commenti in questo momento».

    Molti artisti scrivono di George :
    Elton John su instagram, «Ho perso un caro amico, l'anima piu' gentile e generosa e un artista geniale».
    Madonna su Twitter dice «Addio amico mio! un altro grande artista ci lascia».

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    L'anno 2016 per lo spettacolo non poteva essere più funesto.
    Riportiamo di seguito i vari decessi avvenuti nel corso dell'anno:

    Natalie Cole (Los Angeles, 6 febbraio 1950 - Los Angeles, 31 dicembre 2015)

    Primo Brown (Roma, 14 giugno 1976 - Roma, 1º gennaio 2016)

    Pierre Boulez (Montbrison, 26 marzo 1925 – Baden Baden, 5 gennaio 2016)

    Otis Clay (Waxhaw, 11 febbraio 1942 – Chicago, 8 gennaio 2016)

    David Bowie (Londra, 8 gennaio 1947 – New York, 10 gennaio 2016)

    Glenn Frey (Detroit, 6 novembre 1948 – New York, 18 gennaio 2016)

    Black (Liverpool, 26 maggio 1962 – Cork, 26 gennaio 2016)

    Paul Kanter (San Francisco, 17 marzo 1941 – San Francisco, 28 gennaio 2016)

    Maurice White (Memphis, 19 dicembre 1941 – Los Angeles, 3 febbraio 2016)

    Bruce Geduldig (California, 7 maggio 1953- Sacramento, 7 marzo 2016)

    George Martin  (Londra, 3 gennaio 1926 – Londra, 8 marzo 2016)

    Keith Emerson (Todmorden, 2 novembre 1944 – Santa Monica, 10 marzo 2016)

    Frank Sinatra Jr (Jersey City, 10 gennaio 1944 – Daytona Beach, 16 marzo 2016)

    Phife Dawg (New York, 20 novembre 1970 – Contea di Contra Costa, 22 marzo 2016)

    Gianmaria Testa (Cavallermaggiore, 17 ottobre 1958 – Alba, 30 marzo 2016)

    Giorgio Calabrese  (Genova, 28 novembre 1929 – Roma, 31 marzo 2016)

    Gato Barbieri (Rosario, 28 novembre 1932 – New York, 2 aprile 2016)

    Leon Haywood (Houston, 11 febbraio 1942 – Los Angeles, 5 aprile 2016)

    Prince (Minneapolis, 7 giugno 1958 – Chanhassen, 21 aprile 2016)

    Billy Paul (Filadelfia, 1º dicembre 1934 – Blackwood, 24 aprile 2016)

    Nick Menza (Monaco di Baviera, 23 luglio 1964 – Los Angeles, 21 maggio 2016)

    Giorgio Albertazzi (Fiesole, 20 agosto 1923 – Roccastrada, 28 maggio 2016)

    Dave Swarbrick (New Malden, 5 aprile 1941 – 3 giugno 2016)

    Christina Victoria Grimmie (Marlton, 12 marzo 1994 – Orlando, 11 giugno 2016)

    Chips Moman (La Grange, 12 giugno 1937 – La Grange, 13 giugno 2016)

    Henry McCullogh (Portstewart, 21 luglio 1943 – Ballymoney, 14 giugno 2016)

    Charles Thompson (Springfield, 21 marzo 1918 – Tokyo, 16 giugno 2016)

    Ralph Stanley (McClure, 25 febbraio 1927 – Matoaca, 23 giugno 2016)

    Bernie Worrell  (Long Branch, 19 aprile 1944 – Everson, 24 giugno 2016)

    Lorenzo Piani (Giulianova, 27 settembre 1955 – Rimini, 14 agosto 2016)

    Bobby Hutcherson (Los Angeles, 27 gennaio 1941 – 15 agosto 2016)

    Toots Thielemans (Bruxelles, 29 aprile 1922 – La Hulpe, 22 agosto 2016)

    Carlo D'Angiò (Napoli, 1946 – Napoli, 5 settembre 2016)

    Prince Buster (Kingston, 28 maggio 1938 – Miami, 8 settembre 2016)

    Bobby Breen (Montréal, 4 novembre 1927 – Pompano Beach, 19 settembre 2016)

    Shawty Lo (Atlanta, 22 marzo 1976 – Atlanta, 21 settembre 2016)

    Rod Temperton (Cleethorpes, 9 ottobre 1949 – Londra, 6 ottobre 2016)

    Pete Burns (Bebington, 5 agosto 1959 – Londra, 23 ottobre 2016)

    Bobby Vee  (Fargo, 30 aprile 1943 – Rogers, 24 ottobre 2016)

    Roland Dyens (Tunisi, 19 ottobre 1955 – 29 ottobre 2016)

    Bap Kennedy (Belfast, 17 giugno 1962 – Belfast, 1º novembre 2016)

    Leonard Cohen (Montréal, 21 settembre 1934 - Los Angeles, 7 novembre 2016)

    Leon Russell (Lawton, 2 aprile 1942 – Nashville, 13 novembre 2016)

    Dave Mancuso (Utica, 20 ottobre 1944 – New York, 14 novembre 2016)

    Mose Allison (Tippo, 11 novembre 1927 – Hilton Head, 15 novembre 2016)

    Sharon Jones (Augusta, 4 maggio 1956 – Cooperstown, 18 novembre 2016)

    Bunny Foy (New York, 13 ottobre 1936 – Nizza, 24 novembre 2016)

    Big Syke (Inglewood, 31 marzo 1975 – Hawthorne, 5 dicembre 2016)

    Greg Lake (Poole, 10 novembre 1947 – Londra, 7 dicembre 2016

    Rick Parfitt (12 ottobre 1948 – 24 dicembre 2016)

    George Michael (Londra, 25 giugno 1963 - Oxfordshire, 25 dicembre 2016)

    Carrie Frances Fisher (Beverly Hills, 21 ottobre 1956 – Los Angeles, 27 dicembre 2016)

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    NORAD Santa Tracker - Segui Babbo Natale - il 22/12/2016 12:45 con Webmaster

    Anche quest'anno il Norad (acronimo in inglese di North American Aerospace Defense Command -in italiano: Comando di Difesa Aerospaziale del Nord-America) seguira nella notte tra il 24 e 25 Babbo Natale.

    Clicca sull'immagine seguente e ti si aprira una nuova finestra sul sito di Norad.

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    Da più di 60 anni, NORAD ed il suo predecessore CONAD ( Continental Air Defense Command ) seguono Babbo Natale.

    La tradizione iniziò nel 1955 quando uno dei grandi magazzini della catena Sears Roebuck & Co., con sede a Colorado Springs, pubblicò un annuncio per incoraggiare i bambini a telefonare a Babbo Natale. La Sears Roebuck & Co. acquista a pagamento una linea telefonica, assume un buon numero di centralinisti pronti a rispondere alle chiamate. Il volantino pubblicitario diceva che, nella sera del 24, Babbo Natale poteva essere contattato a un certo numero di telefono e sarebbe stato felice di rispondere alle chiamate dei bambini.

    Peccato che per un errore della tipografia era stato fornito un numero di telefono errato, ed infatti i centralinisti assunti dalla Sears Roebuck & Co. quella sera non ricevettero nessuna telefonata, il numero fornito erroneamente corrispondeva alla linea riservata ed operativa del comandante in capo del CONAD, ( Continental Air Defense ) Difesa Aerea Continentale degli Stati Uniti d’America, il colonnello Harry Shoup.

    Il Colonnello Harry Shoup, quella notte, si era preparato a una serata tranquilla in ufficio davanti ai radar nella notte di Natale, visto che era molto difficile che in quella notte accadesse qualcosa di negativo, aveva prepareto con i pochi colleghi rimasti con lui al comando di Colorado Springs un brindisi benaugurale allo scoccare della mezzanotte.

    Quando il telefono si mise a squillare la prima volta, il colonnello si preoccupò, doveva essere una serata tranquilla, sollevo la cornetta e rispondendo professionalmente disse “Parla il colonnello Harry Shoup della Difesa Area Continentale”, dall’altro capo della cornetta ci fu un silenzio di qualche secondo, e poi una vocina timida ed imbarazzata disse “Volevo parlare con Babbo Natale…”.

    Il Colonnello Shoup riattaccò il telefono e ricordandosi della pubblicità della Sears Roebuck & Co,vista sul giornale locale, disse ai colleghi la bimbetta che ha chiamato probabilmente a sbagliato numero di telefono, oppure qualche collega buontempone, aveva aver escogitato uno scherzo Natalizio.

    Nella mezz’ora successiva, avevano telefonato altri bimbi facendo la medesima richiesta, a questo punto il Colonnello Shoup decise di stare al gioco e disse ai colleghi ed ai membri della propria squadra di fornire a ciascuno dei bambini che avessero chiamato la posizione attuale di Babbo Natale.

    Ai bimbi che telefonavano diceva che purtroppo Babbo Natale è già partito per consegnare i regali ai bimbi, ma lo stiamo seguendo con i nostri radar e forniva quindi la posizione della slitta volante di Babbo Natale con il suo carico di regali, aggiungeva quindi corri velocemente a letto se non vuoi che Babbo Natale ti trovi sveglio al suo passaggio aggiungendo "Auguri a te e alla tua famiglia, Buone Feste".

    Quella Vigilia di Natale del 1955 fu per il Colonnello Harry Shoup un continuo rispondere alle telefonate dei bimbi.

         
    Da quell’anno il CONAD decise di ufficializzare il servizio di informazioni "Track Santa - Sulle tracce di Babbo Natale". Da oltre sessant’anni continua questa tradizione e in molti volontari rispondono pazientemente alle telefonate di tutti coloro che vogliono conoscere la posizione di Babbo Natale in quel momento.

    Nel 1958, i governi di Canada e Stati Uniti crearono un comando di difesa aerea congiunta per il Nord America denominato North American Aerospace Defense Command (Comando di difesa aerospaziale del Nord America), meglio noto come NORAD, che ha ereditato dal CONAD la missione di seguire il volo di Babbo Natale.

    Il programma NORAD Sulle Tracce di Babbo Natale (NTS) è attivo da tantissimo tempo… fin dal 1955, per la precisione. Da un lato il NORAD ha una solida tradizione alle spalle e dispone della tecnologia necessaria per rilevare gli spostamenti di Babbo Natale, ma d’altro canto il programma NTS impiega una quantità minima di fondi governativi.

    Il programma NTS viene finanziato da contributi generosi elargiti dai sostenitori del programma "Sulle Tracce di Babbo Natale". Tutto, dai server alla creazione del sito web, dalle immagini video alla mappa di rilevamento di Babbo Natale, fino ai servizi telefonici, viene donato.

    Il programma NTS è gestito dal NORAD e L’Ufficio Comando Affari Pubblici del Nord degli Stati Uniti a Peterson Air Force Base, Colorado

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    Avevo gia pubblicato la storia del Norad cliccate sull'immagine qui sotto si aprirà una nuova finestra con l'articolo

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    Avevo gia pubblicato anche la storia di Babbo Natale cliccate sull'immagine qui sotto si aprirà una nuova finestra con l'articolo

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    Buon Natale a Tutti


    Recupero Hard Disk - il 20/12/2016 15:00 con Webmaster

    Recupero di un Hard Disk partizionato male

    A volte succede che per errore utilizzando “Gestione Disco” eliminiamo una partizione dal nostro Hard Disk, con dati che sono per noi importanti.

    Ci facciamo prendere dal panico e iniziamo a ricercare in Internet una soluzione.

    A me è successo proprio cosi, avevo una partizione di avvio di 101Mb su di un disco di 500Gb, volevo eliminarla soprattutto perché mi infastidiva il fatto che mi facesse un multiboot.

    Smanettando in “Gestione disco” ero riuscito a rendere tale partizione “Non allocata” poi con “Estendi volume” volevo recuperare tutto il disco.

    La cosa è finita male e mi sono trovato tutto il disco non allocato e ripartito malamente.

    Panico, persi tutti i dati, li per li ho detto pazienza li recupero in altro modo, ma mi sono accorto che vi erano una serie di dati, in modo particolare un programma che avevo fatto, che non avevo più la possibilità di recuperare se non perdendo nuovamente alcuni giorni di lavoro.

    Cosa fare ho cercato su Internet una soluzione, dopo varie ricerche ho trovato il programma TestDisk, che sembrava fare al mio caso. Utilizzo subito testdisk_win ma purtroppo riesco a recuperare solamente la partizione di avvio, che non mi interessava, insisto ma nulla, dalle guide nella cartella di TestDisk vi è  anche  photorec_win che effettivamente recupera i file il problema è che li recupera con il nome f0xxxxxx, vi sono quindi difficoltà a capire di che file si tratta, soprattutto perché sono molti ed in molte directory.

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    Torniamo a cercare su Internet, senza molte speranze, un programma che mi aiuti, e che sia anche gratuito, provo Disk Drill che sembra andare meglio ma anche lui non mi da molte soddisfazioni.

    Infine riprovo su Internet ricercando “riparazione partizioni perse”, trovo numerose utilità che scarico ma non le provo subito visto le precedenti esperienze, continuo quindi a documentarmi e su alcuni siti reperisco alcune guide che spiegano che per il recupero di partizioni consigliano "MiniTool Partition Recovery “. Visto che avevo già scaricato il programma decido di provarlo, in pochi minuti mi ripristina la partizione perduta, con tutti i dati persi.

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    Qui sotto alcune immagini del programma ed il suo funzionamento.

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    Ho deciso di pubblicare tale  articolo in quanto tale problema potrebbe capitare a qualcuno che mi legge e vorrei che non perdesse molto tempo come purtroppo ho fatto io.

    MiniTool Partition Recovery offre agli utenti che hanno perso la partizione di un HardDisk uno strumento per ripristinarlo. L'applicazione può quindi ripristinare tutto recuperando i dati che sono stati cancellati o persi su supporti IDE, SATA, SCSI e USB. MiniTool Partition Recovery supporta i seguenti tipo di partizione FAT12 , FAT16, FAT32, VFAT, NTFS e NTFS5. Lo strumento ha una interfaccia con un accesso semplice. Infine, MiniTool Partition Recovery ha due metodi di analisi del disco, la veloce (Quick Scan) e l'altro più fine(Full Scan).

    Funzionamento

    All'avvio del programma, dopo averlo installato, ci avvisa che supporta le partizioni di tipo FAT12, FAT16, FAT32 e NTFS. Selezionate il disco che contiene la partizione cancellata, in questo caso era costituita da tutto lo spazio del disco fisso, che avevo installato su un computer diverso dall'originale visto che ne avevo, erroneamente, eliminato il contenuto. Potrebbero essere anche delle parti dello stesso hard disk, con un sistema operativo ancora funzionante, e aver eliminato solo la partizione dati, quindi non è sempre necessario appoggiarsi a un secondo computer per risolvere il problema e recuperare la partizione.

    Eseguo la ricerca veloce (Quick Scan), se questa dovesse fallire, e non trovare la partizione persa, si può provare il Full Scan, una ricerca più lenta.

    In pochi secondi, il Quick Scan, ha trovato la partizione persa e le caratteristiche che aveva.

    La perdita dei dati è un problema importante . Questo può essere cruciale in quanto l'utente può perdere tutti i dati nel disco rigido . In questo tipo di situazione , MiniTool Partition Recovery può aiutare a recuperarli.

    Requisiti

    • Sistemi operativi : Win 2000 , Win XP , Win Vista , Win 7 .
    • RAM : 512 MB
    • Spazio su disco richiesto : 7 MB

    Pro

    •  Questo software è scaricabile gratuitamente.

    Contro

    • Niente di speciale da segnalare.

    Per scaricare l'ultima versione di MiniTool Partition Recovery hai più possibilità, ma consiglio di scaricarlo dal sito dell'autore, con un click sull'immagine seguente sarai indirizzato li.


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    Quattro Storie - il 15/08/2016 00:00 con Webmaster

    Quattro Storie della Resistenza

    Quattro Ragazzi, Tre Religioni, un solo Ideale

    Mi sono imbattuto per caso, durante le mie ricerche in internet con le storie di questi quattro ragazzi, che mi hanno colpito per i valori morali di libertà, giustizia,libertà, rispetto del prossimo, fede, patriottismo. che trasmettono.

    Al giorno d'oggi si parla di crisi economica, ma guardandosi intorno, ci si accorge che un’altra crisi, ben più radicata e difficile da estirpare, riguarda i valori fondamentali dell’uomo, che sembrano essersi dissolti nel nulla.  Infatti i nostri comportamenti e le nostre azioni dipendono soprattutto dai nostri Valori. Sono ormai cronaca di tutti i giorni, il dilagare di episodi e situazioni raccapriccianti, di maleducazione, non rispetto del prossimo, insomma la perdità di Valori. Sono oramai cronaca di tutti i giorni e noi, nostro malgrado, abbiamo imparato a conviverci. Sembrano essere scomparsi quei "freni comportamentali" che rendevano l’individuo capace di distinguere il "bene" dal "male", privilegiando etica, rispetto, educazione e buon senso.
     

    I quattro ragazzi sono: Emanuele Artom, Jenni Cardon, Leletta Origlia, Willy Jervis.

    Emanuele Artom

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    Nacque ad Aosta il 23 giugno 1915 in una colta famiglia della borghesia ebraica torinese, figlio di Amalia Segre e di Emilio Artom, matematici ed insegnanti. Studiò al Liceo classico Massimo D'Azeglio si iscrisse Università degli Studi di Torino alla facoltà di lettere nell'autunno del 1933, si laureò a pieni voti nel 1937 a Milano.

    Organizzo insieme al fratello Ennio, (detto Ninìn), un circolo culturale ebraico, a cui parteciparono molti giovani ebrei torinesi, che colpiti dalla persecuzione razziale iniziarono ad indagare sul senso della propria identità ed appartenenza.

    Dopo la morte del fratello Ennio, avvenuta nel luglio 1940 a Courmayeur per un incidente di montagna, Emanuele si rinchiuse su sé stesso, dedicandosi sempre più all'attività di studio.

    Si avvicinò all'antifascismo e all'attivismo politico alla fine degli anni trenta, aderendo ufficialmente nel 1943 al Partito d'Azione. All’indomani dell’8 settembre 1943 Emanuele Artom tornando a casa confessa alla madre, “oggi ho combinato due guai, ho rotto i pantaloni e mi sono unito ai partigiani”.

    Con il nome di coperture di Eugenio Ansaldi, prima in qualità di delegato azionista nella Formazione Garibaldina comandata da Barbato (nome di battaglia di Pompeo Colaianni), divenne poi Commissario Politico delle Formazioni di “Giustizia e Libertà” della Val Pellice e della Val Germanasca, e in particolare svolge la sua attività in Val Pellice, presso le basi della Sea, degli Ivert e del Bagnau. Passando poi di banda in banda e partecipando ad azioni pericolose ed a lunghe marce. Nonostante la sua costituzione fisica esile e poco adatta ai disagi della vita partigiana, Emanuele era infaticabile nel visitare le varie bande per portare la sua parola volta a incoraggiare i partigiani, spesso restii ai discorsi, e per spiegare loro le ragioni e gli scopi di una lotta non solo di liberazione ma altresì di rinnovamento democratico, Artom sognava un mondo senza guerre, detestava ogni forma di violenza e sopraffazione, riteneva che l’esperienza della lotta antifascista avrebbe portato a rendere possibile tutto questo. Un aneddoto racconta che Emanuele trovandosi alla stazione ferroviaria di Barge e vedendo un manifesto per l'arruolamento nella milizia Fascista, ove tra i requisiti richiesti vi era inserita la una moralità ineccepibile, Emanuele scrisse accanto a questo requisito “in questo caso, non ci si arruola nella Milizia”.

    Il 21 marzo 1944 i tedeschi cominciarono un grande rastrellamento contro i partigiani delle Valli Valdesi, Pellice e Germanasca, Emanuele si trovava alla Gianna in Val Germanasca, ove aveva sede il Comando delle Bande partigiane di “Giustizia e Libertà".  Quelli de “La Gianna”, erano in pochi e male armati, non essendo in condizioni di sostenere uno scontro frontale, data la disparità delle forze,  decisero di salire sui monti senza opporre resistenza, disperdendosi in piccoli gruppi. Emanuele si incammino anche lui verso l’alta valle, ma sia i sentieri che i prati sono ancora ricoperti di neve, l’ascesa è faticosissima, non hanno armi, ed conducono con loro un prigioniero, un certo M.D. della Milizia, che era stato graziato, visto che quel gruppetto non era di quelli che i prigionieri li fucilavano.

    Erano ormai giunti al valico del colle Giulian a più di 2500 metri, tentando di riparare in Val Pellice, quando si trovano improvvisamente di fronte un gruppo di cinque o sei SS italiane armate, mandano avanti il prigioniero, che per tutta riconoscenza li tradi.

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    La piccola squadra si rese ben presto conto di essere sotto la minaccia delle armi delle SS italiane, e per loro non restava scampo che nella fuga. Emanuele era spossato, non dormiva da tre giorni, e non riuscendo a proseguire, ad ai compagni che lo incitavano a seguirli disse “Compagni , non posso !”. Si fermo, forse illuso dalla speranza della promessa che era stata fatta dalle SS “Vi tratteremo come prigionieri di guerra ”. Con lui rimase il diciassettenne Ruggero Levi, già suo allievo e a lui devotissimo che non volle abbandonare il compagno e maestro, vengono arrestati entrambi.

    L’ex prigioniero di Emanuele, al quale Emanuele aveva risparmiato la vita, da infame qual’era, lo denunciò rivelando il suo vero nome che era Ebreo e Commissario Politico.

    Portati e rinchiusi nel Municipio di Bobbio Pellice, poi nella Caserma Airali di Luserna San Giovanni. Essendo stato riconosciuto come Commissario Politico e come Ebreo, inizio per Emanuele un accanimento dei carnefici, le testimonianze dei compagni di prigionia sono raccapriccianti, parlano di bagni nell’acqua gelata, unghie estirpate, percosse fino alla sfigurazione, in questo si distinsero il capitano Arturo Dal Dosso, il tenente Francesco Malanca e Domenico Peccolo Besso.

    Ormai allo stremo delle forze Emanuele pensa di suicidarsi, ma i tedeschi lo perquisiscono e trovandogli un pezzo di vetro, minacciano di uccidere i suoi compagni in caso lui tenti di togliersi la vita, Emanuele rinuncia ai suoi propositi per non pregiudicare le vite dei suoi amici. Il 31 marzo Emanuele, Jacopo Lombardini e altri prigionieri sono trasportati a Torino, nel 1° braccio del carcere ‘Le Nuove’, “detto “braccio tedesco” perché controllato e gestito dai nazisti tedeschi.

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    Il 7 aprile gli aguzzini trovano nella cella il corpo esanime di Artom, ucciso dalle torture e dalle percosse, quattro partigiani prigionieri, Sandri Gino di Milano, Lusanno Aldo di Chivasso, Remo Grill e Enzo Rostan di Prali, vengono costretti a seppellirlo in un bosco nei pressi di Stupinigi sulle rive del Sangone. Il luogo esatto della sepoltura non verrà mai identificato, ne il suo corpo ritrovato.

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    La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza di Emanuele

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    La via di Torino dedicata a Emanuele Artom

    JENNI CARDON ( in Peyronel )

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    Nata a Torre Pellice (Torino) l’11 marzo 1917 da Luigi Cardon e Margherita Piastre.

    Il suo nome completo era Jenni Pierina Cardon., è di religione Valdese. Sappiamo che si era sposata con Gigi Peyronel il 1° Agosto 1943, il marito era militare in Montenegro e lei decise di diventare partigiana. Non si videro più quando Gigi tornò Jenny era morta da pochi giorni.

    Operativa come staffetta e portaordini dal 1 dicembre 1944, con la Formazione Val Pellice di “Giustizia e Libertà”, V Divisione Alpina Toia, si distingueva in particolare modo per le delicate operazioni di collegamento tra i vari reparti, col suo esempio e la sua fede nella giustizia e libertà.

    Era un compito difficilissimo e molto pericoloso quello della staffetta, consisteva nel portare ordini, vestiti, cibarie e munizioni da una località all’altro riuscendo a superare i posti di blocco nazifascisti, per questo tutti la ammiravano..

    Era stata arrestata nel marzo/aprile 1945, ma appena rilasciata era tornata subito al suo incarico di portaordini ed il 23 aprile 1945, stava recandosi a una postazione partigiana per portarvi un ordine. Le truppe tedesche ed i nazifascisti dislocati in Val Pellice ricevettero l'ordine di abbandonare le posizioni. Durante la ritirata verso la pianura, ostacolata e rallentata dai partigiani, in località Rio Cros,  venne sorpresa e catturata, fece scudo col proprio corpo per impedire ai nazifascisti di sottrarsi all’ intenso combattimento con le formazioni partigiane, venne decorata con la medaglia di bronzo al valor militare. Jenni fu l’ultimo partigiano a perdere la vita in Val Pellice.

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    Cippo che ricorda il sacrificio di Jenni ( a sinistra ingrandito )

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    Ingrandimento della Targa

    Di Jenni lei purtroppo dalle varie ricerche effettuate in rete, non si ritrova molto, anche sulla data della sua morte vi sono incertezze e controversie in alcuni siti si cita il 23 aprile 1945, in altri e sulla lapide che la ricorda il 26 aprile 1945. Proprio questi  tre giorni di differenza hanno stimolato la mia curiosità ed ho voluto ricordare il sacrificio di Jenny perché ormai troppo spesso questi ricordi vengono cancellata dal tempo.

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    Torre Pellice gli ha dedicato una strada

    La donna che decideva di fare la staffetta era animata da un forte sentimento di giustizia, da una grande forza d’animo, e da un grande coraggio, non fu facile per le donne, entrare a far parte della Resistenza, vi erano numerose responsabilità, tanti i doveri, ma tanti anche gli obbiettivi, che le spingevano ad anteporre alle proprie esigenze personali quelle della causa per la quale combattevano, ciò mise in luce il loro prestigio nella società.

    La figura della staffetta fu molto rispettata, soprattutto all’interno delle formazioni, poiché si riconosceva l’importanza del lavoro che essa svolgeva.

    Le staffette, di norma, non erano armate, per evitare di essere identificate e arrestate nel corso di un’eventuale perquisizione, erano vestite in modo comune ed il loro primo obbiettivo era quello di passare inosservate dinnanzi ai posti di blocco tedeschi. La staffetta aveva il compito di tenere i contatti fra le diverse formazioni di partigiani e le loro famiglie, sovente portava anche munizioni ed armi che si riuscivano ad ottenere in svariati modi. All’interno della formazione, aveva ancora altri compiti soprattutto era l’infermiera, teneva infatti i contatti con il medico e con il farmacista del paese, tentava di procurarsi il necessario per curare i pidocchi e la scabbia (che molto spesso erano un vero flagello per i partigiani) o le ferite procurate in battaglia.

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    La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza di Jenni

    Leletta Origlia d’Isola

    Nata a Torino il 1 aprile 1926,in un signorile palazzo di via Giannone 7, il padre era il barone Vittorio Oreglia d’Isola, la madre la contessa Caterina Malingri di Bagnolo, entrambi i genitori erano provenienti da famiglie di antica nobiltà piemontese.

    Profondamente cattolici i genitori battezzano la figlia con i nomi di Aurelia, Alessandra e Anna Maria, ma Aurelia Oreglia d’Isola che fu poi per tutti Leletta.

    Circa due anni più tardi nacque il fratello Aimaro, amatissimo ed inseparabile, trascorrendo con lui un’infanzia felice. A tre anni Leletta rischiò di morire di polmonite ma fortunatamente guarì, ma i segni della malattia scavarono un solco profondo nel suo gracile corpo.  Nell’ottobre 1939 nacque un fratellino, Saverio, che purtroppo morì quasi subito. Con lo scoppio della guerra nel giugno del 1940 la famiglia Isola rimasero a Torino, sino ad una notte che i bombardamenti su Torino causarono numerosi morti, incendi e devastazioni. Questo fece si che avvenne un imponente esodo di gente dalla città. Anche la famiglia d’Isola, visto come stavano le cose decisero di partire per Bagnolo ove avevano una antica e grande casa patrizia, detta il Palàs del XIV sec. con un parco e alberi secolari. Questa era situata ai piedi dell’altura del Castello dei baroni Malingri risalente al XII secolo, divenne un rifugio non soltanto per loro, perché ben presto la madre diede ospitalità anche ad altre persone, infatti dopo l’8 settembre 1943 cominciò la resistenza, nelle vallate piemontesi.

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    Il Palàs

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    Il Castello

    Leletta cattolica fervente, sorretta da una vocazione quasi mistica, il 9 giugno 1944, nella cappella delle Suore del Cenacolo a Torino, diventa Figlia di Maria. La sua è una vocazione abbracciata con impetuosa, giovanile freschezza, quella stessa che imprigiona nelle pagine del suo diario lo sguardo di una fanciulla affacciata sugli orrori della guerra con la spensieratezza dei suoi anni ma anche con la consapevolezza che le viene da una fede religiosa precocemente solida e strutturata.

    La baronessa Caterina Malingri, la “Barona” come la chiamavano in paese, nascose nella casa ereditaria e in piccole cascine sulla montagna di sua proprietà partigiani, sbandati, ebrei, curò feriti e malati, aiutò la popolazione locale provata da uccisioni, incendi, ruberie. Villar di Bagnolo veniva governato con discrezione e saggezza dalla baronessa, in tacito accordo con il comandate partigiano della Formazioni Garibaldi della Valle Barbato ( nome di battaglia Pompeo Colajanni) che si era insediato al castello. Tra la futura suora e il partigiano comunista si intreccia un rapporto di stima profonda. Quella vicenda offre oggi un irripetibile spaccato della dimensione umana, culturale e religiosa della Resistenza.

    Leletta guardava ammirata sua madre che si occupava della popolazione o parlamentava con ufficiali tedeschi, o medicava i feriti facendosi aiutare da lei e dalla sorella Barbara che era infermiera. La saldezza morale di questa nobildonna è ancor oggi ricordata e ammirata dai vecchi Villaresi. Questo esempio lasciò un segno profondo nella figlia, destando in lei un’analoga forza interiore e l’attitudine nel farsi carico degli altri, durante gli anni di guerra la maturarono, va con la madre a portare conforto. Sono giorni in cui ogni gesto è avventura e pericolo, non solo aiutare i giovani amici ospiti in casa d’Isola e nascondere i partigiani durante le incursioni dei fascisti, ma anche recarsi a scuola, prendere il treno, andare in bicicletta, o semplicemente curare i feriti, seppellire i morti e piangere con i sopravvissuti. Nel marzo 1945 Leletta venne catturata, caricata su un camion e poi interrogata, ma se la cava, e la rilasciarono. Nei i venti mesi della lotta partigiana, Leletta tiene un diario che oggi ci appare come uno dei documenti più straordinari scritti in quel periodo, tra l’armistizio del 1943 e la Liberazione.

    È affascinata da "Barbato", ma più per l'impegno generoso profuso nella battaglia che per le sue teorie.

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    Il Comandante Barbato

    La guerra finì e nell’entusiasmo della pace ritrovata a Torino, Leletta frequenta con impegno i corsi del Centro Culturale Cattolico, visita i malati al Cottolengo, anima le iniziative dell’Apostolato della Preghiera, e va a pregare e a adorare nelle chiese della città, la Consolata, ma anche San Domenico.

    Nel 1947 prese l'abito domenicano a Gressoney Saint Jean, con il nome di suor Consolata. A malincuore dovette peró rinunciare per la sua salute, troppo gracile per la vita religiosa, Leletta pero non si arrese, riprese gli studi, si laureò in filosofia.

    Nel marzo 1955 morì suo padre, il barone Vittorio d'Isola: “Tramontano con lui le liete conversazioni umane,” scrisse. Il vuoto lasciato da quella morte era immenso, Leletta di nuovo debolissima e malata, pesava solo 30 chili. Aveva tuttavia superato lo scritto del concorso nazionale per insegnare filosofia nei licei statali e bisognava che si preparasse all'orale che richiedeva un notevole impegno, vi riusci. Poco dopo, fece la professoressa nel Terz'Ordine Domenicano. Insegnò per molti anni ma, pur essendo docente preparata ed esigente, venne apprezzata ancor di più per il suo straordinario carisma di persona attenta, costantemente in ascolto, pronta ad offrire suggerimenti a chi si trovava in difficoltà.

    Il 9 settembre 1965, la madre, la baronessa Caterina, si era spenta a Bagnolo, assistita con grande affetto e dedizione dai due figli Aimaro e Leletta. Leletta era poi tornata ad Aosta con il cuore stretto per quella dipartita e per aver lasciato il fratello solo a Torino.

    Dal 23 giugno 1966, lasciato l'insegnamento, Leletta si stabilisce al Priorato di Saint-Pierre, a pochi chilometri da Aosta, sulla strada che porta al Monte Bianco, la sua dedizione totale agli altri si manifestò in tutta la sua pienezza. Da allora, fino alla morte, la sua fu una vita di preghiera (ogni giorno la sveglia era alle 3,30), di lavoro, di visite ed incontri, persone che venivano da lei per incontrarla ed esporle i loro problemi, per ricevere coraggio, conforto e consolazione, come in fondo aveva già fatto quando si trovava giovanetta nel palazzo dei Malingri “Palas”.

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    Priorato di Saint-Pierre Aosta

    Leggendo le varie lettere si nota dall’esposizione la ricchezza di dottrina e di indicazioni morali e spirituali che rivelano una profonda conoscenza dell’animo umano e una costante preoccupazione del dono di sé agli altri, chi veniva ai suoi incontri ripartiva con l’animo più sereno, con una speranza restaurata o rafforzata

    Leletta aveva rinunciato ai beni della famiglia e alla condizione del suo ceto, ma non aveva rinunciato agli affetti della sua famiglia per la quale ebbe sempre sentimenti tenerissimi. Aveva accolto con immensa gioia il matrimonio di suo fratello Aimaro con Maria Consolata Solaroli di Briona ed altrettanto aveva fatto con la nascita dei nipoti Saverio e Hilario. Era presente con sollecitudine e discrezione in ogni circostanza della loro vita, li avvolgeva del suo affetto materno, ed era attenta a trasmettere i grandi e piccoli tesori della lunga tradizione familiare, anche con loro era spiritosa e gaia.

    Nella settimana santa del 1988 una ferita apparsa sul seno sinistro rivelò che Leletta aveva un cancro, ma lo comunicò solo a pochi. Debolezza e sofferenze si aggiunsero a quelle che già gravavano su di lei e ma tutto continuò come prima, i colloqui con la gente, l’occuparsi di tante persone, la corrispondenza, la preghiera, nonostante le sue sofferenze.

    Un sogno che Leletta aveva era quello di veder sorgere un monastero a Pra 'd Mill, una proprietà di famiglia sulle montagne sopra Bagnolo dove lei e suo fratello Aimaro erano saliti tante volte da ragazzi, e che durante la guerra era stata frequentata anche dai partigiani.

    Leletta ed il fratello Aimaro donarono l'antica amata terra di Prà d'Mill per edificarvi un monastero. L'architetto Maurizio Momo, con l'assistenza dello stesso Aimaro architetto anche lui, progettò il monastero e la chiesa.

    Purtroppo Leletta, che tanto aveva sperato, pregato e si era adoperata per questo monastero, non fa in tempo a vedere il Monastero Cistercense Dominus Tecum, riesce solamente, prima di morire, a vedere la foto del quadro restaurato dell'Annunciazione che ora si trova nella cappella del Monastero, ed a cui lei teneva moltissimo.

    Muore infatti Priorato di Saint-Pierre, dopo la lunghissima malattia il 18 agosto 1993. Giaceva come sempre  sulla sua sedia a sdraio, assistita dalla cognata Consolata d’Isola, alcune amiche ed amici del Priorato. Il suo corpo venne rivestito del suo abito bianco Domenicano, ed il suo corpo riposa nell'austera tomba di famiglia in pietra di Bagnolo nel piccolo cimitero del Villar, ai piedi della montagna.

    I monaci si stabilirono definitivamente al Monastero Dominus Tecum il 5 luglio 1995, erano in due, padre Cesare e fratel Paolo, iniziando ciò che Leletta aveva desiderato.

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    Monastero Dominus Tecum

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    Quadro dell'Annunciazione e Cappella

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    Nel 2013 è stata avviata la causa di beatificazione di Leletta.

    Willy Jervis

    Nasce a Napoli il 31 dicembre 1901, da una famigla Valdese,  Thomas Jervis e Bianca Quattrini, il suo vero nome è Guglielmo Jervis, ma viene chiamato da tutti "Willy".

    Era discendente da una famiglia inglese, infatti il bisnonno, Thomas B. Jervis, cittadino britannico, era un ufficiale inglese, noto topografo della Compagnia delle Indie e fondatore dell’Ufficio cartografico del War Office di Londra.

    Nel 1925 si laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano. Passa alcuni anni nell'esercito, e cominciò a lavorare nel 1930 per la ditta Frigidaire, poi nel 1934 viene assunto alla Olivetti, dapprima come direttore dello stabilimento di Bologna, poi dal 1935 si occupò della formazione degli operai nello stabilimento centrale di Ivrea, dirigendo la Scuola apprendisti meccanici dell'azienda.

    Il 12 maggio del 1932 sposa Lucilla Rochat, la coppia ha tre figli Giovanni, Letizia e Paola.

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    Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, l'ingegnere non esitò ad entrare nelle file della Resistenza nella zona di Ivrea, essendo un esperto alpinista, era accademico del Club Alpino Italiano e presidente della sezione CAI di Ivrea, una delle sue prime attività, nella Resistenza, fu quella di far passare clandestinamente in Svizzera decine e decine di ex prigionieri di guerra alleati e gruppi di profughi ebrei.

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    Queste attività gli permisero di entrare in contatto con le forze armate del Regno Unito infatti conosceva bene l'inglese.

    Ricercato dalla polizia nazista e da quella fascista, Guglielmo Jervis nel novembre del 1943 decise di trasferirsi in Val Pellice e qui, proseguì l'attività partigiana, tra le file delle formazioni di Giustizia e Libertà, con il nome di battaglia di Willy.

    Grazie soprattutto ai contatti che aveva avuto in Svizzera con i servizi segreti alleati, organizzò, tra le altre cose, sopra Angrogna il campo che ricevette il primo lancio d'armi per i partigiani della Resistenza effettuato dagli Alleati nelle Alpi occidentali.

    Il primo Comitato militare del Partito d'Azione,  lo nominò commissario politico regionale delle formazioni "Giustizia e Libertà" operanti in Piemonte.

    L’11 marzo 1944 è una bella giornata di primavera nelle Valli Valdesi, a ovest di Torino. Willy dopo una missione in Val Germanasca, scende con la motocicletta dalla Val Germanasca, dove ha incontrato una formazione partigiana, dirigendosi a Torre Pollice. Al ponte di Bibiana, all’imbocco della Val Pellice, è fermato dalle SS italiane della II Kompanie - Battaglione "Debica", comandate dal capitano Arturo Dal Dosso, portato in caserma, cerca invano di disfarsi nella latrina di una cartuccia di gelatina, di lettere dategli dal capo partigiano Roberto Malan, di carte annonarie e licenze per ufficiali, che dovevano servire per coperture di partigiani, i nazisti capirono di aver pescato un pesce grosso. A casa gli trovano due foglietti con trascrizioni di trasmissioni radiofoniche inglesi e dieci sterline (resto di una somma datagli per la fuga in Svizzera dai famigliari degli Olivetti). Picchiato brutalmente, rischia di essere ammazzato subito. Si difende dicendo che era andato a sciare, ammette di aver accettato un incarico dai ribelli, ma nega di essere un attivista antifascista. È trasferito a Torino, in mano alla Gestapo.

    Toturato brutalmente, per giorni, l’ingegnere è costretto a fare ammissioni sulla sua attività (attento però a dire sui compagni soltanto le cose che fascisti e tedeschi potevano già sapere), i tedeschi non riuscirono quindi a cavarne alcuna informazione utile. Dichiarato dalla polizia tedesca «elemento estremamente pericoloso», da quel momento vive un’odissea di cinque mesi, fra esecuzioni rimandate all’ultimo momento e vane speranze, almeno di deportazione. La moglie Lucilla si muove febbrilmente fra le carceri Nuove, il comando della Gestapo, le case degli amici. L’ultima carta è un tentativo di scambio con un ufficiale tedesco fatto prigioniero, che però rimane ucciso dai partigiani. È la fine, lo sa anche lui, portato a Villar Pellice, e qui sulla piazza, insieme ad altri quattro partigiani, Jervis è fucilato la notte fra il 4 e 5 agosto . Trascinato da un camion, reso irriconoscibile, il corpo viene esposto nella piazza in un macabro rituale di impiccagione post-mortem, la salma venne appesa ad un albero e lasciata li per un certo tempo.

    Sulla salma fu in seguito ritrovata una Bibbia tascabile, che Willy portava sempre con se, sulla quale aveva scritto il seguente messaggio: « Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un'idea »
    Dopo la sua morte, Adriano Olivetti si offrì di mantenere la famiglia di Jervis; l'industriale considerava infatti il suo dipendente “caduto sul lavoro”, e chiese alla vedova Lucilla Rochat l'onore di provvedere a lei ed ai figli.

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    La Scheda dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza

    Suo figlio Giovanni Jervis, deceduto il 2 agosto del 2009, laureato in medicina e chirurgia, si specializzò poi in neurologia e psichiatria, fu un importante psichiatra e tra i principali promotori della Legge Basaglia.

    Alla memoria di Guglielmo Jervis sono dedicati due rifugi alpini:

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    il rifugio Guglielmo Jervis nella valle dell'Orco, in comune di Ceresole Reale

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    il rifugio Willy Jervis in val Pellice, in comune di Bobbio Pellice

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    La piazza principale di Villar Pellice ove fu fucilato porta oggi il suo nome.

    La via dove sorge la sede storica della Olivetti a Ivrea è stata dedicata a Willy Jervis.

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    Con la firma dell’Armistizio (trattato in base al quale le forze italiane smettevano dicombattere gli alleati), avvenuta in data 8 settembre 1943, iniziò la guerra civile in Italia che terminò solamente il 25 aprile 1945.

    Purtroppo non tutti i partigiani si comportarono come questi eroi, dal 1945 al 1948, vi fu una vera e propria guerra civile, molti approfittarono dell’occasione per vendette, ripicche e regolamenti di conti, perpetuando stragi al pari dei nazifascisti, uccidendo sacerdoti, innocenti e persino propri compagni che non erano allineati con l’ideologia sovietica. Infatti molti partigiani comunisti volevano instaurare, a guerra terminata, un regime di modello stalinista-sovietico.

    Qui sotto trovate alcuni collegamenti a siti che parlano di queste stragi (click sulle immagini).

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    il libro della giungla un Film da Vedere - il 20/05/2016 00:00 con Webmaster

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    Un Film da Vedere "Il Libro della Giungla" di Jon Favreau

    Come quasi sempre la casa Disney propone dei film adatti non solo per i più piccoli, ma anche per gli adulti.

    Dopo quasi mezzo secolo dall'uscita del cartone animato prodotto da Walt Disney nel 1966-67( Il libro della giungla segna anche l'ultimo film d'animazione ad avere i tocchi personali di Disney, prima della sua morte il 15 dicembre 1966, morì proprio nel periodo della sua lavorazione), "Il Libro della Giungla" torna al cinema prodotto dalla Walt Disney Pictures, a Los Angeles, con una nuova e sorprendente veste grafica con effetti speciali, la scenografia e animali sono stati interamente ricostruiti in digitale grazie alla tecnica del CGI, motion capture, il film propone una immersione nella natura, che domina incontrastata, racconta la storia di Mogli, un cucciolo d’uomo.

    La storia nata dalla fantasia dello scrittore inglese Rudyard Kipling che lo scrisse nel 1894 per esprimere il suo grande amore per l'India, trova in questo film un adattamento con una narrazione avvincente, i personaggi e la trama sono simili a quella già vista nel classico cartone animato Disney del 1967, anche se mancano alcuni personaggi presenti nel libro originale.

    Ma vediamo i vari personaggi

    Mogli (Interpretato dal giovane attore Neel Sethi )

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                  Nel 1967                                                                                 Nel 2016

    La pantera Bagheera

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                 Nel 1967                                                                                 Nel 2016

    Akela

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                 Nel 1967                                                                                 Nel 2016

    Raksha

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                 Nel 1967                                                                                 Nel 2016

    Shere Khan

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                 Nel 1967                                                                                 Nel 2016

    Kaa

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                 Nel 1967                                                                                 Nel 2016

    Baloo

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                 Nel 1967                                                                                 Nel 2016

    King Louie

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                 Nel 1967                                                                                 Nel 2016

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    Il titolo originale del Film è The Jungle Book, la storia è quella di un orfano, Mowgli trovato nella giungla dalla pantera Bagheera, che invece di divorarlo, mossa da pietà, decide di affidarlo ai lupi per farlo crescere forte e rispettoso delle leggi della giungla. I suoi genitori saranno il saggio e nobile capobranco dei lupi Akela e la lupa Raksha, madre dolce, amorevole ed apprensiva.

    Durante la tregua dell’acqua, una sorta di patto grazie al quale prede e predatori possono bere tra loro in modo pacifico senza problemi dall’unica pozza d’acqua rimasta dopo la secca, compare per la tigre Shere Khan, che fiutando tra tutti gli animali presenti, riconosce l’odore di un cucciolo d’uomo, e promette di eliminarlo prima che diventi una minaccia, è vendicativa nei confronti degli umani in quanto colpevoli di averle inflitto cicatrici.

    I lupi si radunano per decidere cosa fare ma Mowgli interviene dicendo che lascerà il branco per evitare ritorsioni di Shere Khan verso di loro e per non mettere in pericolo il branco.

    Il cucciolo d'uomo intraprende quindi il viaggio con il suo mentore, la pantera Bagheera, che saggio e protettiva, cerca di educare Mowgli come un abitante della giungla, che non ha quindi bisogno di ricorrere a “trucchi” tipici dell’uomo.

    Durante la strada, nella natura poco benevola, ma che allo stesso tempo rappresenta le sue origini ed il suo universo di riferimento, Mowgli conoscerà Kaa, un pitone dalla voce seducente e lo sguardo ipnotizzante che gli raccontera le sue origini, quindi l’orso Baloo, ghiotto di miele, spensierato, giocherellone e canterino, un branco di elefanti a cui salverà un piccolo vaduto in un avvallamento ed infine King Louie, un’enorme gorilla Gigantopithecus autoritario adulatore ed ambizioso che tenterà di costringere Mowgli a rivelargli il segreto umano del mortale e sfuggente fiore rosso, il fuoco.

    Baloo e Bagheera raggiungono il tempio e salvano Mowgli ma vengono scoperti e inseguiti dalle scimmie e da Louie, che rivela a Mowgli che Akela è morto. Durante l'inseguimento Louie finisce sepolto sotto le macerie del tempio e Mowgli, riuscito a fuggire, decide di tornare a casa e confrontarsi con Shere Khan.

    Mowgli raggiunge il villaggio degli uomini, ruba una torcia e corre alla tana dei lupi per sfidare la tigre, appiccando senza volerlo un incendio in tutta la giungla. Mowgli giunge alla pozza d'acqua, dove si sono radunati tutti gli animali, e sfida apertamente Shere Khan. La tigre lo schernisce mostrandogli i danni causati dall'incendio e accusandolo di essere diventato come tutti gli altri uomini. Mowgli getta la torcia nell'acqua per dimostrare di tenere alla sua vera famiglia e alla giungla. Mowgli rimane indifeso a Shere Khan che lo attacca; Bagheera, Baloo e il branco di lupi si lanciano contro Shere Khan e sebbene nessuno di loro riesca a fermarlo, danno il tempo a Mowgli di preparare una trappola per battere la tigre. Mowgli attira Shere Khan in cima a un albero morto, che precipita e muore tra le fiamme.

    Gli elefanti indiani spengono l'incendio deviando la corrente del fiume. Raksha diventa il nuovo capobranco e Mowgli decide di rimanere nella giungla con i suoi amici Baloo e Bagheera, decidendo di utilizzare i suoi trucchi umani per uso personale.

    Il libro della giungla è l'ultimo lavoro di Garry Shandling, che è morto 24 marzo 2016 per un attacco cardiaco, ha dato la sua voce per il personaggio di Ikki il porcospino.

    Il regista, Jon Favreau (padre dell'Iron man cinematografico), ha dalla sua una computer grafica che raggiunge un grado di fotorealismo impressionante e mai come in questo caso l'impiego del 3d appare giustificato

    Titolo italiano            Il Libro della Giungla
    Titolo originale     The Jungle Book
    Lingua originale     inglese
    Paese di produzione     Stati Uniti d'America
    Anno     2016
    Durata     105 min
    Colore     colore
    Audio     sonoro
    Genere     avventura, Fantasy, drammatico
    Regia     Jon Favreau
    Soggetto     Rudyard Kipling (romanzo)
    Sceneggiatura     Justin Marks
    Produttore     Brigham Taylor, Jon Favreau
    Produttore esecutivo     Molly Allen, Karen Gilchrist, Peter M. Tobyansen
    Casa di produzione     Walt Disney Pictures, Fairview Entertainment
    Distribuzione (Italia)     Walt Disney Studios Motion Pictures
    Fotografia     Bill Pope
    Montaggio     Mark Livolsi
    Musiche     John Debney
    Scenografia     Christopher Glass


    Interpreti e personaggi
        Neel Sethi: Mowgli


    Doppiatori originali
        Bill Murray: Baloo
        Ben Kingsley: Bagheera
        Idris Elba: Shere Khan
        Lupita Nyong'o: Raksha
        Scarlett Johansson: Kaa
        Giancarlo Esposito: Akela
        Christopher Walken: King Louie


    Doppiatori italiani
        Luca Tesei: Mowgli
        Neri Marcorè: Baloo
        Toni Servillo: Bagheera
        Alessandro Rossi: Shere Khan
        Violante Placido: Raksha
        Giovanna Mezzogiorno: Kaa
        Luca Biagini: Akela
        Giancarlo Magalli: King Louie

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    Questo articolo è il frutto di ricerche fatte in internet, ringrazio tutti coloro che hanno scritto qualche articolo e postato foto, se qualche visitatore ha più notizie mi scriva, sarò ben lieto di integrare l’articolo.

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    Un Nome poco Conosciuto - il 28/03/2016 00:00 con WebMaster

    PIEVE

    Ho appreso questo nome guardando una trasmissione televisiva e mi sono incuriosito, dicendomi ma è una Chiesa. Conoscevo nomi di Comuni che avevano inserito "Pieve" nel loro nome, ma non conoscevo i riferimenti a Chiese.

    Infatti la parola PIEVE proviene dal latino plebs (popolo), originariamente Plèbem (modificato poi in Pièbe, piève) plebe, popolo, inteso come Popolazione di campagna che ha al centro una chiesa, con sottoposti parecchi villaggi di campagna. Normalmente quindi si tratta di una chiesa rurale con annesso il battistero, ed a volte anche un ospedale, sul suo sagrato nel medioevo si svolgeva il mercato.
    Nel Medioevo la pieve era considerata una chiesa Madre, svolgeva funzioni religiose ma anche civili e amministrative, posta al centro di una circoscrizione territoriale, da essa dipendevano le altre chiese e cappelle, di quel territorio, prive di battistero.
    Sul finire del Medioevo le PIEVE persero tutte le funzioni civili ed amministrative, svolgendo solo più le funzioni religiose e liturgiche, persero anche le funzioni battesimali, che man mano passarono alle parrocchie. Il termine sopravvive oggi nella toponomastica esempi sono, Città della Pieve, Pieve di Cadore ecc.

    Più informazioni sul Sito di Wikipedia

    Di seguito alcune Fotografie di Pievi. ( Cliccando sulle immagini si aprirà una nuova finestra con informazioni più dettagliate )

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    Pieve di San Giovanni in Ottavo – Brisighella

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    Pieve di S.Martino (sec X) - Brogliano

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    Pieve di San Giovanni Battista -  Vespolate

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    Pieve San Martino - a Palaia

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    Pieve di San Romolo a Gaville Incisa val d'Arno

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    Pieve di Viguzzolo

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    Pieve di San Pietro a Romena

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    Quando la Notizia di cronaca non fa Scalpore - il 10/03/2016 00:00 con Webmaster

    Ambulanza del 118 distrutta a pietrate

    Alcuni giorni fa mentre facevo un pranzo frugale in un bar, ho notato la notizia su un giornale di Cronaca. Purtroppo dato che il giornale lo stava leggendo un ragazzo non ho potuto leggerla, mi sono detto la cercherò su internet.

    Al momento della ricerca con mio grande stupore mi sono reso conto che la notizia era riportata solamente in alcuni siti italiani, soprattutto di solidarietà agli operatori vigliaccamente aggrediti, mentre parecchi siti francesi e svizzeri riportano la notizia.

    Pare che tutto sia accaduto nella notte del 4 marzo 2016

    Il quotidiano CronacaQui riporta

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    Le palazzine olimpiche ex Moi sono occupate pare da circa 800 clandestini di diverse etnie, pare che una decina di africani abbiano assaltato e danneggiato l’ambulanza, chiamata con la scusa di un finto malore.

    «La notte scorsa un nostro mezzo – spiegano in direzione – è stato circondato da sette persone, altre quattro sono salite a bordo e lo hanno danneggiato. A tutela della loro incolumità i due componenti dell’equipaggio si sono allontanati e hanno chiamato il 113».

    All’arrivo della polizia, però, gli aggressori si erano già allontanati.

    Pare che l’ambulanza sia stata ridotta così

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    Sembra che ex Moi sia diventata terra di nessuno, stupri ai danni di ragazzine disabili, accoltellamenti, spaccio di droga ed altri reati, dopo i fatti più gravi stazionano mezzi della Polizia e dell’Esercito

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    Veniamo ora a quanto pubblicato dai giornali esteri, che lascio in lingua originale

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    Italie 05 mars 2016 09:43; Act: 05.03.2016 12:10

    Ils appellent l'ambulance mais c'était un gros piège

    Un groupe de requérants d'asile a tendu une terrible embuscade à des secouristes à Turin en Italie. Une ambulance a été détruite.

    Une faute?

    Des clandestins africains ont tendu un piège à des secouristes turinois dans la nuit de vendredi à samedi. Une dizaine d'individus ont appelé une ambulance, prétextant la perte de connaissance d'un homme dans un centre qui compte une centaine de requérants.

    A leur arrivée, les secouristes ont été très vite pris d'assaut par sept individus dont certains étaient vraisemblablement en état d'ivresse. «Quatre autres sont montés dans l'ambulance et ont commencé à casser tout ce qu'ils ont trouvé, explique un porte-parole dans la presse italienne. Tout a été détruit.»

    Apeurés, les deux ambulanciers sont partis se réfugier quelque part et ont appelé les forces de l'ordre. A leur arrivée, les carabiniers n'ont pu que constater les dégâts, étant donné que les agresseurs s'étaient enfuis.

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    Italie: Les réfugiés tendent une embuscade et attaquent une ambulance

    Article publié le 05.03.2016

    Des clandestins africains ont tendu un piège à des secouristes turinois dans la nuit de

    vendredi à samedi. Une dizaine d'individus ont appelé une ambulance, prétextant la perte de connaissance d'un homme dans un centre qui compte une centaine de requérants.

    A leur arrivée, les secouristes ont été très vite pris d'assaut par sept individus dont certains

    étaient vraisemblablement en état d'ivresse. «Quatre autres sont montés dans l'ambulance et ont commencé à casser tout ce qu'ils ont trouvé, explique un porte-parole dans les colonnes de 'La Cronaca'. Tout a été détruit.»

    Apeurés, les deux ambulanciers sont partis se réfugier quelque part et ont appelé les forces de l'ordre. A leur arrivée, les carabiniers n'ont pu que constater les dégâts, étant donné que les agresseurs s'étaient enfuis

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    Ils appellent l'ambulance mais c'était un gros piège

    Un groupe de requérants d'asile a tendu une terrible embuscade à des secouristes à Turin en Italie. Une ambulance a été détruite.

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    Par CHANTOU COCCINELLE dans ISLAM le 5 Mars 2016 à 14:30

    Un groupe de requérants d'asile a tendu une terrible embuscade à des secouristes à Turin en Italie. Une ambulance a été détruite.

    Des clandestins africains ont tendu un piège à des secouristes turinois dans la nuit de vendredi à samedi. Une dizaine d'individus ont appelé une ambulance, prétextant la perte de connaissance d'un homme dans un centre qui compte une centaine de requérants.

    A leur arrivée, les secouristes ont été très vite pris d'assaut par sept individus dont certains étaient vraisemblablement en état d'ivresse. «Quatre autres sont montés dans l'ambulance et ont commencé à casser tout ce qu'ils ont trouvé, explique un porte-parole dans la presse italienne. Tout a été détruit

    Apeurés, les deux ambulanciers sont partis se réfugier quelque part et ont appelé les forces de l'ordre. A leur arrivée, les carabiniers n'ont pu que constater les dégâts, étant donné que les agresseurs s'étaient enfuis.

    Les Commentaires

    Et c'est ce genre de sauvages que l'on veut accueillir en France !!!

    Il faut vraiment être stupides pour détruire une ambulance !

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    Inoltre su parecchi profile Facebook francesi la notizia viene ripresa, di seguito solo uno ad esempio

    5 marzo alle ore 3:47 ·

    "Des clandestins africains ont tendu un piège à des secouristes turinois dans la nuit de vendredi à samedi. Une dizaine d'individus ont appelé une ambulance, prétextant la perte de connaissance d'un homme dans un centre qui compte une centaine de requérants.

    A leur arrivée, les secouristes ont été très vite pris d'assaut par sept individus dont certains étaient vraisemblablement en état d'ivresse. «Quatre autres sont montés dans l'ambulance et ont commencé à casser tout ce qu'ils ont trouvé, explique un porte-parole dans la presse italienne. Tout a été détruit.»"

    Non si capisce bene il perché la notizia è stata riportata soprattutto all’estero e pochissimo in Italia.

    Disclaimer e Copyright
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    Segui Babbo Natale - il 24/12/2015 00:00 con Webmaster

    Anche quest'anno North American Aerospace Defense Command (NORAD) seguirà Babbo Natale  
    Si può seguire su sito

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    Clicca sull'immagine verrà aperta una nuova scheda sul sito della Norad



     
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