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Aspettando i Falò - il 06/02/2020 00:00 con Webmaster

Tutti gli anni, nelle Valli Valdesi, la sera del 16 febbraio la tradizione vuole che si usi accendere dei falò commemorativi per ricordare il 17 febbraio 1848, in quel giorno vennero promulgate lo Statuto e le Lettere Patenti con cui il Re Carlo Alberto concesse i diritti civili e politici ai valdesi (pubblicate il successivo 25 febbraio), ma non la piena libertà religiosa.

E' impossibile dire quanti siano i falò che vengono accesi la sera del 16 febbraio, alle ore 20, sulle pendici dei monti della Val Pellice, della Val Chisone e della Val Germanasca ed anche sulle colline del pinerolese. Attorno a questi fuochi la gente si raduna festosamente, riscaldandosi con un bicchiere di “vin brulé” o di cioccolata calda generosamente offerto da chi a preparato il falò.

Il falò più importante della Val Pellice è in località Stallè, una borgata che si trova sulla strada che da Torre Pellice conduce ad Angrogna

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il falò preparato quest'anno.

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il luogo dove vi è il falò in località Stallè

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Un immagine del falò dello scorso anno

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Perché i Valdesi accendono i falò per celebrare il 17 febbraio, qual è il significato?

La leggenda vuole che alcuni giovani valdesi erano stati mandati a Torino, davanti al palazzo reale, per avere più informazioni sulla notizia. Appena seppero che il re aveva dato la sua approvazione, i giovani salirono in groppa ai loro cavalli e con foga si precipitarono verso le Valli. La popolazione valdese li aspettava con ansia ed i primi che li videro, intuirono la buona notizia, e per avvisare più velocemente tutta la borgata accesero un falò, chi vedeva, anche da lontano i falò, capirono ed accesero anche loro dei falò, in poco tempo le valli furono illuminate da fuochi e gente in festa.


L’originale delle Lettere Patenti del 17 febbraio 1848 – con cui il Re Carlo Alberto concesse ai valdesi i diritti civili e politici, fra cui la possibilità di frequentare scuole, Università e conseguire titoli accademici e arruolarsi è conservato all’Archivio di Stato di Torino.

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La trascrizione del documento è la seguente:

    Lettere Patenti del re Carlo Alberto 17 febbraio 1848
    CARLO ALBERTO
    per grazia di Dio
    re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme
    duca di Savoia, di Genova, ec ec
    principe di Piemonte, ec ec

Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni Valdesi, i Reali Nostri Predecessori hanno gradatamente e con successivi provvedimenti abrogate in parte o moderate le leggi che anticamente restringevano le loro capacità civili. E Noi stessi, seguendone le traccie, abbiamo concedute a que’ Nostri sudditi sempre più ampie facilitazioni, accordando frequenti e larghe dispense dalla osservanza delle leggi medesime. Ora poi che, cessati i motivi da cui quelle restrizioni erano state suggerite, può compiersi il sistema a loro favore progressivamente già adottato, Ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione.  Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue:
I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de’ Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici.
Nulla è però innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette.
Date in Torino, addì diciassette del mese di febbraio, l’anno del Signore mille ottocento quarantotto e del Regno Nostro il Decimottavo.

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Dopo secoli di persecuzioni e di umiliazioni, i valdesi vedevano riconosciuti dignità e diritti, infatti fino al febbraio 1848 era loro proibita la frequenza delle scuole pubbliche e d essi non potevano nemmeno possedere beni immobili. A favore della parità di diritti civili per i valdesi vi era stata una petizione di cui il primo firmatario era Roberto d’Azeglio seguito da altri seicento, quali Camillo Cavour ed anche 75 ecclesiastici cattolici.
Bisogna ricordare che i Valdesi vennero scomunicati nel 1184 ma riuscirono a diffondersi comunque in varie zone europee, tra cui la Francia meridionale, alcune aree della Germania, in Italia in molte vallate delle Alpi occidentali ed anche in alcune regioni meridionali. Durante i secoli successivi furono repressi violentemente. Dopo la Riforma protestante del 1532 riuscirono ad insediarsi stabilmente nelle attuali valli alpine della Val Pellice e della Val Germanasca. I Savoia, prima tentarono di annientarli e reprimerli poi di tollerarli, infatti furono sostanzialmente riconosciuti come elemento sgradito ma non eliminabile dal territorio piemontese, di fatto rimasero confinati nelle valli Pellice, Chisone e Germanasca. Non erano cittadini del Regno di Sardegna, mancavano di ogni diritto ed erano dediti ad una vita di povertà e in quanto le valli dove vivevano erano disagevoli e selvagge.

Il 29 marzo dello stesso anno analogo provvedimento di emancipazione fu adottato nei confronti degli Ebrei.

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Bisogna inoltre ricordare che oltre ad essere la festa dei Valdesi il 17 febbraio è anche il giorno in cui Giordano Bruno fu assassinato brutalmente dall'inquisizione cattolica.

Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), è stato un filosofo, scrittore e frate domenicano italiano vissuto nel XVI secolo. L'8 febbraio 1600, al cospetto dei cardinali inquisitori e dei consultori Benedetto Mandina, Francesco Pietrasanta e Pietro Millini, è costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza che lo scaccia dal foro ecclesiastico e lo consegna al braccio secolare. Giordano Bruno, terminata la lettura della sentenza, secondo la testimonianza di Caspar Schoppe, si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla»). Dopo aver rifiutato i conforti religiosi ed il crocefisso, il 17 febbraio 1600, con la lingua in giova – serrata da una mordacchia perché non possa parlare – viene condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere.

Leggi il seguito

Tutti gli anni, nelle Valli Valdesi, la sera del 16 febbraio la tradizione vuole che si usi accendere dei falò commemorativi per ricordare il 17 febbraio 1848, in quel giorno vennero promulgate lo Statuto e le Lettere Patenti con cui il Re Carlo Alberto concesse i diritti civili e politici ai valdesi (pubblicate il successivo 25 febbraio), ma non la piena libertà religiosa.

E' impossibile dire quanti siano i falò che vengono accesi la sera del 16 febbraio, alle ore 20, sulle pendici dei monti della Val Pellice, della Val Chisone e della Val Germanasca ed anche sulle colline del pinerolese. Attorno a questi fuochi la gente si raduna festosamente, riscaldandosi con un bicchiere di “vin brulé” o di cioccolata calda generosamente offerto da chi a preparato il falò.

Il falò più importante della Val Pellice è in località Stallè, una borgata che si trova sulla strada che da Torre Pellice conduce ad Angrogna

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il falò preparato quest'anno.

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il luogo dove vi è il falò in località Stallè

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Un immagine del falò dello scorso anno

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Perché i Valdesi accendono i falò per celebrare il 17 febbraio, qual è il significato?

La leggenda vuole che alcuni giovani valdesi erano stati mandati a Torino, davanti al palazzo reale, per avere più informazioni sulla notizia. Appena seppero che il re aveva dato la sua approvazione, i giovani salirono in groppa ai loro cavalli e con foga si precipitarono verso le Valli. La popolazione valdese li aspettava con ansia ed i primi che li videro, intuirono la buona notizia, e per avvisare più velocemente tutta la borgata accesero un falò, chi vedeva, anche da lontano i falò, capirono ed accesero anche loro dei falò, in poco tempo le valli furono illuminate da fuochi e gente in festa.


L’originale delle Lettere Patenti del 17 febbraio 1848 – con cui il Re Carlo Alberto concesse ai valdesi i diritti civili e politici, fra cui la possibilità di frequentare scuole, Università e conseguire titoli accademici e arruolarsi è conservato all’Archivio di Stato di Torino.

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La trascrizione del documento è la seguente:

    Lettere Patenti del re Carlo Alberto 17 febbraio 1848
    CARLO ALBERTO
    per grazia di Dio
    re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme
    duca di Savoia, di Genova, ec ec
    principe di Piemonte, ec ec

Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni Valdesi, i Reali Nostri Predecessori hanno gradatamente e con successivi provvedimenti abrogate in parte o moderate le leggi che anticamente restringevano le loro capacità civili. E Noi stessi, seguendone le traccie, abbiamo concedute a que’ Nostri sudditi sempre più ampie facilitazioni, accordando frequenti e larghe dispense dalla osservanza delle leggi medesime. Ora poi che, cessati i motivi da cui quelle restrizioni erano state suggerite, può compiersi il sistema a loro favore progressivamente già adottato, Ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione.  Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue:
I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de’ Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici.
Nulla è però innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette.
Date in Torino, addì diciassette del mese di febbraio, l’anno del Signore mille ottocento quarantotto e del Regno Nostro il Decimottavo.

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Dopo secoli di persecuzioni e di umiliazioni, i valdesi vedevano riconosciuti dignità e diritti, infatti fino al febbraio 1848 era loro proibita la frequenza delle scuole pubbliche e d essi non potevano nemmeno possedere beni immobili. A favore della parità di diritti civili per i valdesi vi era stata una petizione di cui il primo firmatario era Roberto d’Azeglio seguito da altri seicento, quali Camillo Cavour ed anche 75 ecclesiastici cattolici.
Bisogna ricordare che i Valdesi vennero scomunicati nel 1184 ma riuscirono a diffondersi comunque in varie zone europee, tra cui la Francia meridionale, alcune aree della Germania, in Italia in molte vallate delle Alpi occidentali ed anche in alcune regioni meridionali. Durante i secoli successivi furono repressi violentemente. Dopo la Riforma protestante del 1532 riuscirono ad insediarsi stabilmente nelle attuali valli alpine della Val Pellice e della Val Germanasca. I Savoia, prima tentarono di annientarli e reprimerli poi di tollerarli, infatti furono sostanzialmente riconosciuti come elemento sgradito ma non eliminabile dal territorio piemontese, di fatto rimasero confinati nelle valli Pellice, Chisone e Germanasca. Non erano cittadini del Regno di Sardegna, mancavano di ogni diritto ed erano dediti ad una vita di povertà e in quanto le valli dove vivevano erano disagevoli e selvagge.

Il 29 marzo dello stesso anno analogo provvedimento di emancipazione fu adottato nei confronti degli Ebrei.

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Bisogna inoltre ricordare che oltre ad essere la festa dei Valdesi il 17 febbraio è anche il giorno in cui Giordano Bruno fu assassinato brutalmente dall'inquisizione cattolica.

Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), è stato un filosofo, scrittore e frate domenicano italiano vissuto nel XVI secolo. L'8 febbraio 1600, al cospetto dei cardinali inquisitori e dei consultori Benedetto Mandina, Francesco Pietrasanta e Pietro Millini, è costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza che lo scaccia dal foro ecclesiastico e lo consegna al braccio secolare. Giordano Bruno, terminata la lettura della sentenza, secondo la testimonianza di Caspar Schoppe, si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla»). Dopo aver rifiutato i conforti religiosi ed il crocefisso, il 17 febbraio 1600, con la lingua in giova – serrata da una mordacchia perché non possa parlare – viene condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere.

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Nota n°2
con Nicola il 07/08/2013 18:12
Molto bello il tuo articolo sui Randagi vedrò di contribuire  e